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IL GIORNALE DEL FRIULI LIBERO
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9 marzo 2010 – Contrabbandi e traffici illeciti, oggi e ieri

(di Rocco Boccadamo)

Qualche riflessione alla luce delle fresche, clamorose e scottanti cronache intorno ad operazioni di riciclaggio finanziario, nell’ordine di miliardi d’euro.
I fatti ed i costumi delle varie epoche, la vita vissuta che si inanella lungo gli anni ed i lustri o in spazi temporali di maggiore ampiezza, possono da soli costituire una fonte di apprendimento e di riflessione assai più efficace ed illuminante di quanto riesce a rivelarsi una pur dotta e ricca enciclopedia: ovviamente, occorre passare in rassegna gli eventi e le abitudini con occhio obiettivo, scrutarne i motivi e gli spunti di fondo con serenità e tranquillamente come nello scorrere le pagine e i capitoli di una raccolta di volumi.
Ciò premesso, soffermiamoci sul cappello di queste note mediante qualche immagine concreta, così da proporre una sorta di raffronto definito e circoscritto.
E’ sufficiente rapportarsi alla metà, finanche agli anni sessanta/settanta, del secolo appena trascorso, per cogliere, pulsanti ancora suggestione, piccoli ma significativi esempi di fatti, azioni e comportamenti della gente che, a vederli collocati ai nostri giorni, verrebbe subito da definire preistorici.
Tutti ricordiamo che, una volta, il sale (l’utile e diffuso elemento per la cucina e che riguarda il nostro stesso nutrimento) rientrava fra i generi di monopolio, la cui vendita era cioè di competenza e controllo dello Stato, attraverso strumenti e canali dallo stesso appositamente autorizzati.
Ebbene, lungo le coste salentine, nei tratti caratterizzati da bellissime scogliere, durante quel periodo si registrava un fatto singolare: tante e tante buche delle scogliere medesime che, in occasione delle mareggiate, venivano in parte allagate dall’acqua salata, finivano in un certo senso con l’essere tacitamente e abusivamente prese in consegna da uomini o donne, proprietari di piccoli fondi agricoli (le marine) posti a ridosso, appunto, delle coste rocciose, i quali «curavano» (osservate l’estrema proprietà della voce verbale) dette «conche», implementandone il contenuto attraverso pazienti e cadenzati innaffiamenti di acqua dolce piovana, prelevata, non senza fatica, da piccole cisterne. Grazie a siffatto processo, la massa liquida delle «conche», evaporandosi sotto il sole, giungeva a trasformarsi in uno strato di bianco e luccicante sale.
Quei «badanti» non autorizzati riuscivano in tal modo ad ottenere il risultato di fare a meno di acquistare il prodotto presso la rivendita dei generi di monopolio, con un risparmio non rilevante in assoluto, ma comunque indicativo per i magri bilanci familiari.
Eppure, malgrado si trattasse di operazioni svolte in maniera discreta e su un «terreno» scomodo, data la precarietà e la pericolosità degli spostamenti sulla scogliera, spesso spuntava l’occhio della Guardia di Finanza, che del resto compiva il proprio dovere, ed erano guai.
Sempre a proposito del sale, compiendo un salto sulla mappa geografica, si affacciano alla mente anche le figure delle donne di Bagnara, all’estrema punta della Calabria tirrenica, le mitiche «bagnarote», le quali, ogni mattina, indossando lunghe e ampie vesti nere e traghettando lo Stretto, solevano recarsi a Messina, in Sicilia, regione a statuto speciale in cui non vigeva il vincolo del monopolio sul sale, per vendere sparute cassette di pesce azzurro pescato la notte precedente dai loro mariti. Col relativo ricavato, dette donne passavano ad acquistare alcune decine di chilogrammi di sale, evidentemente a prezzo più basso, celando la merce nei tasconi e all’interno delle sottane nere; dopodiché, rientrate al paese, la utilizzavano in casa oppure, più spesso, la cedevano ai vicini realizzando qualche piccolo margine.
Un altro esempio di illecito, sempre in località marine, era costituito dalla pesca di frodo, praticata saltuariamente, magari nel corso di giornate inclementi e grigie della stagione invernale, con piccole «bombe» rudimentali auto fabbricate che, dopo lunghi e scomodi appostamenti dei trasgressori su qualche pizzo o promontorio sino all’avvistamento di un branco di passaggio, consentivano di stordire e immobilizzare un po’ di chili di innocenti prede, successivamente recuperate con tuffi in quelle fredde e talvolta mosse onde.
Un ultimo episodio targato anni lontani, ma non remoti, forse il più pregno di umanità, accadeva sistematicamente, nei paeselli del sud Salento, all’ora di pranzo nei giorni delle festività (il Santo patrono, Pasqua, Natale), ricorrenze che vedevano ovviamente le popolazioni al gran completo raccolte intorno alla tavola e con qualche spicciolo disponibile in saccoccia.
Ebbene, puntuale come un orologio svizzero, ecco che, in quelle occasioni, si materializzava il passaggio per strade e vicoli, su una bici sgangherata recante una sporta di vimini appesa al manubrio, di un omino proveniente da un piccolo centro verso il Capo di Leuca, distante una decina di chilometri, il quale si annunziava con il grido, sospeso nell’aria, sincopato e sommesso, di «càrtine, pètrine!».
Traducendo tale arringa a beneficio dei «moderni», si chiarisce che il velocipedista venditore proponeva, di contrabbando, minuscoli rettangoli di carta sottile (cartine), raccolti in bustine, con cui era dato di fabbricare, privatamente e ovviamente in maniera non lecita, le sigarette, affrancandosi, quindi, dall’onere di acquistarle dal tabaccaio. E insieme, microscopiche pietrine, cilindretti di cerio e di ferro, che a loro volta, inserite negli accendini, generavano, con il semplice sfregamento, le scintille sufficienti ad infuocare ed accendere le sigarette come anzi arrotolate a mano; così, si risparmiava anche l’acquisto dei mitici zolfanelli.
Piccola sequenza di illeciti di ieri, espedienti senza dubbio irregolari, ma che avevano più che altro la finalità di aiutare gli autori a sbarcare il lunario.
Se si indugia ad osservare la realtà presente, risalta, in un attimo, l’enorme abisso di differenza che è venuto a crearsi sullo specifico tema, per di più tristemente costellato di immagini di spietatezza e crudeltà.
Basti citare i traffici multimiliardari di tabacco e sigarette che allignano e prosperano su scala mondiale: all’ultimo posto della filiera, i banchetti dei contrabbandieri al dettaglio, da dove si offrono tali merci del tutto liberamente, come se nessuno se ne accorgesse.
O peggio ancora, i contrabbandi di sostanze stupefacenti, nel cui contesto trovansi racchiusi interessi ancora più vasti, con l’aggravante micidiale della particolare pericolosità dei prodotti finiti oggetto di spaccio.
E poi, i contrabbandi di armi, argomento particolarmente crudo e scottante visti i numerosi focolai di guerra, di guerriglia, e di conseguenti morti e stragi, sparsi qua e là.
E, da ultimo, il traffico clandestino di esseri umani: donne anche giovanissime condotte e sfruttate sui marciapiedi, bimbi dei quali pure si fa abuso e sfruttamento, manovalanza sospinta nelle braccia di caporali ed approfittatori.
Non è certamente il caso, né da parte di chi scrive si ha l’intenzione, di prendere il presente, determinato «spaccato» di osservazione e di comporne un fascio, o meglio uno sfascio, generale. E però, alla luce delle esemplificazioni e degli accostamenti fra periodo e periodo, non si può fare a meno di domandarsi se, negli ultimi tempi, sotto il profilo dei comportamenti sociali e dei costumi morali, la società di cui siamo componenti ha compiuto passi avanti o se, al contrario, non è scivolata in paurosi arretramenti.

9 marzo 2010

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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