Mittelfest. Elio Germano è Thom Pain (recensione di Gianni Cianchi)
Elio Germano è Thom Pain
Basato sul niente è il sottotitolo di Thom Pain, il monologo scritto da Will Eno, interpretato e diretto da Elio Germano, ospite al Mittelfest di Cividale. E proprio di niente, o di molto poco, parla il testo che consente all’attore di esibire la sua bravura con una certa dose di narcisismo volutamente esibito. Lo spettacolo è interessante non per i suoi contenuti (episodi in libertà e poco avvincenti), quanto per il narratore che si fa personaggio per mezzo della sua affabulazione. Germano non comunica con quello che dice, sorprende con l’uso che fa della parola e del gesto. Il linguaggio colloquiale comprende parole volgari dette con la naturalezza della conversazione quotidiana fra amici di lunga data e, soprattutto, è un parlare insidioso come quello di chi ama canzonare. Questo monologo è un discorso rivolto al pubblico, più volte chiamato in causa ora in termini lusinghieri, ora in modo ironico e persino offensivo. È un gioco di prestigio che nasconde il trucco e mostra l’apparenza per ingannare lo spettatore. In realtà, si percepisce che anche il mago vuole ingannarsi e non si capisce con quanta convinzione lo faccia, poiché chiede più volte al pubblico se gradisca i giochi di prestigio. Da parte sua, lui cambia continuamente opinione. A questo gioco si presta l’uso continuo delle metafore che scaturiscono a grappolo l’una dall’altra (come: la donna che mi guardava in cagnesco mi ha fatto scodinzolare). Le figure retoriche gli garantiscono tutta l’ambiguità del rapporto con se stesso e con il pubblico. L’attore, quando indossa gli occhiali con una grossa montatura nera e scende tra gli spettatori, sembra un’altra persona, inspiegabilmente più giovane, più aggressiva, come potrebbe esserlo uno studente nevrotico che la vuol far pagare agli adulti. Elio Germano costruisce la figura di un narratore per molti versi inedito, lontanissimo da quello estraniato ed epico di molto teatro di narrazione. L’attore non vuole spiegare, commentare, dimostrare con rigore, passione e ironia, come può fare Marco Paolini, perché Germano rinuncia alla componente brechtianamente didattica per offrire se stesso nelle vesti di un individuo che forse non vorremmo mai incontrare, di cui presto diffideremmo. Eppure si ha la sensazione che il personaggio, per quanto infido, non sia cattivo, che viva il disagio di un rapporto non sereno con gli altri e con se stesso, come succede in molte occasioni a ognuno di noi. Si pensa, allora, che evitare una simile conoscenza sia un’occasione mancata, che anche noi vorremmo essere irriverenti contro tutto ciò che ci turba. Germano ci chiede di non comportarci come lui fa con lo spettatore invitato a partecipare alla performance e fatto sedere a occhi chiusi su una sedia in mezzo al palco per essere sottoposto al gioco di prestigio della sparizione. Il prodigio avviene, naturalmente in senso metaforico. Thom Pain, gira attorno al malcapitato continuando con toni accesi il proprio discorso nella più completa dimenticanza dell’altro e alla fine si sorprende di trovarlo ancora al suo posto. Ecco un gesto che potrebbe essere antipatico e irriverente se non capissimo che sono tante le persone che tutti noi facciamo scomparire con la nostra indifferenza e se non avvertissimo che questo inquietante personaggio parla di noi, di come siamo, di quanto poco amabili potremmo essere agli occhi degli altri che interpretano il nostro dolore e il modo di mascherarlo come irritanti provocazioni.
Gianni Cianchi
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vorrei segnalare una recensione su http://totanisognanti.blogspot.com/2011/01/elio-germano-e-thom-pain-nulla-e-cosi.html
appena tornato dalla rappresentazione.
devo ammettere che mi ha lasciato basito e soprattutto irritato: sono venuto a cercare una spiegazione convincente che quanto ho visto non fosse spazzatura, ma non l’ho trovata. Tutti si sperticano in lodi per uno spettacolo che trovo orripilante e mi sento di sconsigliare.