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L’autonomismo fa tanta paura in termini elettorali. Fu scientificamente e giudiziariamente evitata la sua presenza sulla scheda elettorale alle regionali del 2003, 2008 e 2013. Ma in questo Cecotti c’entra proprio nulla (di Alberto di Caporiacco)

direttore“Sì, Cecotti è temuto non fosse altro perché il suo peso specifico in termini elettorali è ancora consistente”.

Così Domenico Pecile su “Messaggero Veneto”. Il che ci costringe a tornare di occuparci, due volte in due giorni, di Sergio Cecotti.

No, caro Domenico, ti sbagli di grosso. Cecotti ha già dimostrato la inesistenza del suo peso specifico in termini elettorali nel 2006 quando – non dimentichiamolo – era sindaco di Udine da ormai 8 anni (nota 1) ed erano trascorsi appena 3 anni dalla visione dei ‘visitors’ (Berlusconi, Fini, Casini e Bossi, per essere chiari), giunti nel Salone del Parlamento del Castello di Udine per incoronare Alessandra Guerra candidata ‘opponente’ di Riccardo Illy alla presidenza della Regione.

Correva l’anno 2003, con le regionali alle porte. I commentatori politici si astennero da proporre simili valutazioni sui giornali, ma c’è chi parlò dello strappo di Cecotti nei confronti della Lega come di una reazione ‘gelosa’ e maschile nei confronti di Alessandra Guerra, che lo avrebbe inevitabilmente relegato in un ruolo di secondo piano all’interno del partito dei ‘lumbard’. Da qui la scelta di tentare di essere protagonista facendosi ‘adottare’ dal centrosinistra. Centrosinistra che ora egli, con un’ennesima capriola, ripudia perché Renzi vuole liquidare l’esperienza delle Regioni e, in prospettiva mica tanto azzardata, ‘disfare’ la Regione Friuli-Venezia Giulia.

Ma torniamo al peso specifico elettorale di Cecotti che è vicino allo zero, come quello di ogni singolo ‘leader’ autonomista preso individualmente (lo diciamo anche per quanto personalmente ci riguarda, sia chiaro). Tutto ciò è stato matematicamente dimostrato (e per un fisico questo dovrebbe avere la sua importanza) in occasione delle elezioni provinciali del 2006 dove Cecotti fu convinto a schierare (per la prima e ultima volta) un ‘suo proprio’ simbolo elettorale, quella Convergenza (uno scimmiottamento, nel nome, di un partito autonomista catalano) che nella mente degli strateghi elettorali di centrosinistra avrebbe dovuto drenare i consensi del Movimento Friuli (tornato in pista e con Strassoldo come candidato presidente) e supportare Giancarlo Tonutti nella corsa allo scranno più alto di Palazzo Belgrado.

Il fatto invece che l’elettorato potrebbe orientarsi in maniera convinta (vista la liquefazione dei partiti politici attuali) verso un simbolo autonomista credibile, corroborato da una proposta politica seria, è significativo e reale. Noi siamo ed eravamo in possesso di dati che dimostrano come, scientificamente e persino per ‘via giudiziaria’, un oscuro potere abbia impedito la presenza del simbolo elettorale del Movimento Friuli nel 2003, 2008 e 2013, ovvero in occasione di tutte e tre le ultime elezioni regionali. Ne abbiamo le prove, ma non è ancora il momento di esibirle perché una certa vicenda non è ancora conclusa.

Un solo simbolo autonomista fa molto paura, insomma. Che poi il leader, il personaggio più esposto sia l’uno piuttosto che un altro, questo ha scarsa importanza. Quella che fa paura è la bandiera. Resa molto più forte dalle debolezze altrui e dal tentativo di sopprimere le autonomie, in un rigurgito centralista che – guarda caso – coincide con la messa in naftalina di Silvio Berlusconi.

Non si creda che vogliamo incensare il Cavaliere di Arcore, ma è certo un fatto: con la scusa della spending review e dello spread, la prospettiva di una riforma dell’Italia in senso federale è andata (speriamo non definitivamente) a farsi fottere a partire dalle dimissioni (imposte da Napolitano) di Berlusconi. Fin dalla comparsa sull’orizzonte della sagoma funerea di Mario Monti, tanto per capirci. Ora è Matteo Renzi il chiamato a concludere quel lavoro sporco.

Tornando a Cecotti, non è ancora giunto il momento di rivelare ai nostri affezionati lettori il perché qualcuno voglia a tutti i costi che sia proprio lui il leader, presunto o reale, di un cartello o movimento che possa coagulare attorno a sè un consistente numero di consensi. Noi conosciamo perfettamente il motivo. Per il momento stiamo alla finestra e ci interessa molto una cosa in particolare: verificare sino a che punto la stampa locale (Noi no, come Raimondo Vianello e Sandra Mondaini dicevano in una fortunata trasmissione) sarà capace di ‘pompare’ Sergio Cecotti. Ed essendo la stampa locale notoriamente orientata a centrosinistra, magari lettori svegli e smaliziati possono avere già intuito cosa ci sia dietro.

Alberto di Caporiacco

 

(nota 1) – Cecotti fu eletto la prima volta sindaco di Udine nel novembre 1998.

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