Ecco perchè no al burqa. DONNE LIBERATE DA ALTRE DONNE (di Ferdinando Camon)
RASSEGNA STAMPA
FONTE MESSAGGERO VENETO
VENERDÌ, 25 SETTEMBRE 2009
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ECCO PERCHE’ NO AL BURQA
DONNE LIBERATE DA ALTRE DONNE
di FERDINANDO CAMON
Pieve di Soligo è una deliziosa cittadina in provincia di Treviso famosa perché ci vive Zanzotto: in uno dei paesaggi più dolci del mondo (e più martoriati dalla Grande guerra) è nata una poesia fra le più grandi dell’epoca. Sconcertante e inquietante, a Pieve di Soligo ha fatto capolino il burqa: una donna del Bangladesh è andata, tutta coperta, al supermercato. Panico fra i clienti. Fra le donne. Proteste col direttore. Richiesta che l’indumento integrale fosse strappato alla sconosciuta e che si potesse vederla in faccia. Rifiuto del direttore. Proteste dai carabinieri e dal sindaco. Le tesi contrapposte sono: «Ognuno segue le proprie usanze, qui non siamo razzisti» e «C’è una legge che vieta di mascherarsi o velarsi; si rispetti la legge».
Posto così, il problema è posto male. In Italia il burqa va vietato. Ma non perché, se una straniera indossa il burqa, io sento violata una mia legge e dunque mi sento vittima, ma perché la donna che indossa il burqa vìola un proprio diritto, anche se non lo conosce o non lo capisce, e importa in casa mia una schiavitù che è normale a casa sua. Dove s’impone il burqa, la donna non ha il diritto di mostrare la faccia, deve nascondersi. Noi, Occidente, abbiamo costruito una civiltà in cui la donna ha gli stessi diritti dell’uomo. Le donne hanno lottato per questo, realizzando una delle più importanti rivoluzioni del secolo scorso. Un sociologo-psicologo assai popolare nei decenni passati, Erich Fromm, sostiene che le rivoluzioni veramente vittoriose del secolo scorso furono due, quella femminile e quella giovanile: la terza, quella comunista, s’è conclusa in un disastro. Se ora accettassimo di vedere diminuiti i diritti della donna, accetteremmo che venisse tagliata una fetta della nostra civiltà, cioè della nostra storia. Non possiamo permetterlo. Soprattutto, non possono permetterlo le donne. A Pieve di Soligo è stata una donna, infatti, a protestare col direttore, col sindaco, con i carabinieri: diceva che il burqa «fa paura». Ha ragione. Il burqa indossato da donne straniere in mezzo alle nostre donne è una minaccia per le nostre donne. Cancellando la faccia della donna, cancella in realtà la sua persona, la sua bellezza, quindi la sua sessualità, impone un controllo e un dominio (può mostrarsi solo a casa e solo al marito; se viene un ospite, deve subito nascondersi). La donna non è della donna, è del suo uomo, prima il padre, poi il marito o, se non c’è un marito, il fratello maggiore. In Occidente, la più drastica condanna di questo principio (la donna è del marito) sta nello slogan col quale le donne hanno lottato e hanno vinto: «Io sono mia». Il burqa e «io sono mia» sono due contrari. Dove si usa il burqa, il burqa figura anche sui documenti: la foto-tessera mostra il marito riconoscibile e la sua donna velata, è lui che garantisce l’identità di lei; lei di per sé non ha un’identità. Se è bella, nessuno deve saperlo, la sua bellezza è proprietà del marito, se altri vedono la sua bellezza, il marito è svergognato.
Nel film “Viaggio a Kandahar” il marito pedala in bicicletta, lei sta seduta sul palo, tutta velata, ma in quella posizione mostra le caviglie e un passante sgrida l’uomo: «Non vedi che ti svergogna?». Controllo sul corpo vuol dire controllo sulla sessualità. Sulla sessualità della ragazza decide la famiglia, anche scegliendole il marito. Le nostre ragazze sono sessualmente libere fin dalla scuola media superiore (ma che dico, anche inferiore). Scelgono il fidanzato che vogliono. La sessualità come libertà è un’esigenza non del diritto, ma della natura. Le ragazze islamiche che vivono qui sentono che l’Islam integrale urta col nostro diritto, ma anche con la loro natura. Chi è, a Pieve di Soligo, che dà un aiuto alla straniera col burqa? È l’italiana che ha chiamato i carabinieri.
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Il problema non è posto male. è un fatto che ci invita a riflettere sul perché l’Italia non abbia ancora la sua legge sul velo! proprio in base a eventi quotidiani come questo possono nascere e implementarsi leggi sulla cittadinanza alle differenze culturali, tra l’altro molto presenti, linguisticamente parlando, il Friuli. Ma è più facile accettare un’altra lingua che un altro modo di rappresentare sé stessi. E la prossimità pare non dare buoni frutti. Chi viene da un altro paese ha diciamo, incorporati, i suoi diritti culturali alla differenza. Molto spesso non ci accorgiamo che sono una scelta, libera e consapevole. Le donne velate scelgono come altra definizione di bellezza il velo: potremmo piuttosto sviluppare una riflessione sulle donne italiane: perché portare il velo è oppressione e invece portare la minigonna no? qual’è il valore della donna occidentale? esiste un variegato mondo morale o stiamo qui a fare la caccia alle streghe? chi può dirsi detentore di una moralità assoluta? spero che non ci fermiamo al corpo…la legge sulla sicurezza non ha niente a che vedere con il principio di libertà e uguaglianza dei diritti umani: il diritto a scegliere di essere differente. il femminismo occidentale che vanta la liberazione di “altre donne” considerate indifese e prigioniere dei loro mariti, come se fossero degli esseri inferiori, primitivi e privi di coscienza autonoma, non si accorge del paternalismo bigotto e dell’ arrogante liberalismo che professa. Chi si crede di essere l’uomo occidentale? il modello perfetto? dove se non in Italia la donna ha un ruolo proprio asimmetrico con la controparte maschile? dove se non in europa la donna avrà pur quel che la finge al pari dell’uomo…ma non può più far prosperare la sua civiltà? l’europa invecchia come le sue idee. il nostro modello di donna e uomo non portano speranza nel futuro. le famiglie si rompono, le coppie si tradiscono, i figli non nascono….rivolgiamo lo sguardo critico a noi stessi, guardiamoci allo specchio della diversità, quel noi che opposto ad un loro, proprio non fa che negare l’evidenza: come diceva Danilo Dolci ogni rapporto vivo è bilaterale, ogni rapporto unidirezionale è violento: coltiviamo le relazioni culturali da vicino e non per stereotipi, non per pregiudizi forti che alzano la voce pensando di insegnare in ogni caso e sempre qualcosa di definitivo. così la società non va avanti. e dov’è finito il pluralismo friulano????!!!
vdvs
Non posso altro che essere d’accordo con il giornalista.
Inoltre la donna che ha chiamato i carabinieri ha detto che aveva molte amiche islamiche e non era razzista.
Queste donne non hanno alcun diritto appartengono prima al padre o al marito e se vogliono una vita loro devono scappare
Gala
Non so se le cose stiano proprio così. Premesso che, come donna, non posso accettare nessuna forma di oppressione e di limitazione imposta. Ma, or non è molto, ho avuto modo di discutere su un forum con un ragazzo di Pordenone di circa 20 anni che affermava con sicurezza che una donna che abbia avuto diversi partners sessuali è una “zoccola”, una “donna usata” (sic), che va bene per divertirsi e basta. Beninteso, un uomo che abbia lo stesso comportamento è un “latin lover” (sic). Lo stesso, affermava che le mie obiezioni sul diritto della donna di essere soggetto e non oggetto sessuale erano “idee elitarie”, da “femminista estremista”. Che i pregiudizi che gli facevo notare erano “pregiudizi normali” per questa società. Alla fine, ha concluso che ne aveva abbastanza, che voleva divertirsi, e dare della puttana a chi vuole e del gay a chi vuole (sic). Siamo dunque proprio certi delle nostre conquiste? Siamo certi che certe italiche crociate contro il velo siano un attestato di civiltà e non piuttosto un segno di intolleranza verso il diverso?