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Bossi frena sull’inno: forzature, si pensi ai salari

RASSEGNA STAMPA

FONTE MESSAGGERO VENETO

MARTEDÌ, 18 AGOSTO 2009

Pagina 2 – Attualità

 

«Bisogna fare battaglia contro la secessione»

 

Bossi frena sull’inno: forzature, si pensi ai salari

 

Il ministro: mai schierato contro Mameli, travisato da chi non vuole parlare delle “gabbie”

 

L’APPELLO

 

LA POLEMICA

 

«Mi sono commosso perché i padani conoscevano molto bene la canzone della Padania» Ma il Pdl prende le distanze, mentre per il Pd e l’Udc si tratta di emergenza democratica

 

 

 

 

 

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di ANDREA PALOMBI

ROMA. Umberto Bossi fa marcia indietro sull’inno di Mameli, ma rilancia le gabbie salariali. Nel frattempo però, contro le proposte-provocazione del Carroccio si leva un coro di “no” non solo dall’opposizione, ma anche dal resto della maggioranza.

Bossi ha negato ieri di essersi schierato contro l’inno di Mameli («non lo conosce nessuno, gli italiani ne hanno piene le scatole», aveva detto il giorno prima). Per il leader della Lega è stata solo un’invenzione «per non parlare dei salari e delle gabbie salariali». Noi, ha così ribadito, «siamo per aumentare i salari e chiediamo i salari su base territoriale legandoli al costo della vita». Per quanto riguarda l’inno, ha invece sottolineato di essersi solo «commosso per il fatto che i padani conoscessero benissimo l’inno della Padania, “Va pensiero”», ma che questo non vuol dire essere contro “Fratelli d’Italia”.

Precisazioni che non bastano a Pier Ferdinando Casini, secondo cui i continui attacchi della Lega all’unità nazionale (un giorno i dialetti obbligatori, l’altro gli sberleffi al tricolore o all’inno di Mameli) rappresentano ormai «un’emergenza pari, per gravità, a quella economica». Ormai, sostiene il leader dell’Udc, c’è una strategia «per minare i costumi, le tradizioni, le basi della comunità nazionale» e adesso deve essere il resto della maggioranza, cioè il Pdl, a mettere un freno a Bossi.

Un appello condiviso da Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, che chiede al Pd di fare della battaglia contro la “secessione” un tema strategico alla ripresa dell’attività politica insieme alla lotta contro la crisi economica. Secondo Claudio Burlando, presidente della Liguria, le uscite di Bossi segnalano però anche che il leader leghista «si rende conto che la coalizione di governo non tiene. Per questo punta su temi fortemente caratterizzanti e identitari».

Mentre Maurizio Zipponi (Idv) sottolinea come la scoperta di Bossi che nel paese esiste una questione salari e pensioni sia «quanto meno tardiva». Ma è anche la maggioranza a spaccarsi sulle proposte della Lega. Il Pdl prende le distanze dalle sparate di Bossi e Calderoli, anche se con accenti e toni molto diversi: imbarazzati e cauti quelli degli ex forzisti, più nettamente contrari e irritati quelli degli ex An. Fabrizio Cicchitto, ex forzista e presidente dei deputati del Pdl, si compiace delle precisiazioni di Bossi e che non sono in discussione le questioni su «inno nazionale, bandiere e dialetti» (ma su quest’ultimo punto Bossi non ha fatto nessuna marcia indietro). Per quanto riguarda le gabbie salariali, Cicchitto si limita invece a sottolineare che «il governo non può sostituirsi alle parti sociali». «Se continua così, a Bossi ritiriamo il permesso di soggiorno e non glielo ridiamo», ironizza invece Alessandra Mussolini. «Se lui parla dell’inno – avverte poi – io parlo delle giacche: i ministri non possono rappresentare l’Italia con quelle giacche e cravatte verdi».

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, liquida le uscite di Bossi come «temporali estivi: non fanno piacere, ma non valutiamoli troppo». Mentre un altro ex An, Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati del Pdl, boccia anche la proposta sui dialetti presentata da Calderoli che oltretutto, sottolinea, viola anche il galateo istituzionale perchè semmai sarebbe di competenza del ministro dell’Istruzione. E comunque avverte «sappia che i deputati provenienti da Alleanza nazionale non la voteranno mai».

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