4 novembre 1918: per sempre “soldati”, per sempre “ragazzi”
4 novembre 1918: per sempre “soldati”, per sempre “ragazzi”
La storia è maestra di vita, ma un buon insegnante, quale la storia sa essere, è conscio che un precetto è tanto più valido ed utile, quanto più resiste nel tempo. Intorno al fenomeno della Grande Guerra (ossia la Prima Guerra Mondiale), si sono manifestate diverse reazioni emotive a seconda del periodo cronologico in cui è stato affrontato il tema. All’indomani della vittoria nazionale (il 4 novembre 1918, appunto), l’imperativo da raggiungere, pur con tutti gli strascichi politico – sociali conseguenti al dramma bellico, era stato quello della “pacificazione nazionale”.
Un’occasione irripetibile, dunque, per sentirsi ad un tempo tutti italiani e tutti vincitori, figli di una stessa patria e portatori della medesima bandiera. Fatto nuovo, anzi nuovissimo, per una nazione giovane come quella italiana. Poi l’ascesa dei totalitarismi, la crisi del ’29, la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e gli orrori della guerra civile, hanno messo in secondo piano quella guerra così romantica ed appassionante, simbolo imperituro di estremo sacrificio patriottico.
Quello era un “martirio armato” diverso, ispirato a ideali dissimili da quel “rosso”, quel “nero” e quel “bianco rosso – crociato” di cui la politica italiana si è prevalentemente colorata per circa settant’anni. Così la memoria collettiva della Grande Guerra è rimasta nascosta nei solai, nelle soffitte, nei musei, nei sacrari (come quello insuperabile di Redipuglia, in provincia di Gorizia), nei circoli di alpini attempati ed associazioni di dopolavoro “nordestine”.
Il sacrificio di quei ragazzi, non solo italiani, ma anche austriaci, tedeschi e così via, che oggi molto serenamente definiremmo “europei” e che combatterono durante il conflitto, sopravvive tra i ricordi di nipoti e pronipoti, tra parenti e cognomi mescolati nelle varie origini etnico – nazionali. Ormai le vedove e i reduci sono quasi interamente scomparsi, come testimoni avvolti dalla polvere di un tascapane custodito in un baule ed una foto in bianco e nero divorata dal tempo.
Ma ogni anno, il 4 novembre, il tricolore torna a sventolare anche dalle finestre e dai balconi non istituzionali, a Milano come a Trieste, a Napoli come a Torino: è bello pensare che esso non sia solo un “vessillo” da esibire quando la nazionale di calcio trionfa ai Mondiali e proprio in tale consuetudine si esplica il ruolo educativo della storia. I giovani di oggi devono avere i mezzi culturali per sapere, capire e conoscere quante vite, di ragazzi come loro, sono racchiuse dietro alla bandiera del proprio paese.
Non si tratta di nazionalismo, lo definirei consapevolezza della propria fortuna, una fortuna che potrebbe sembrare persino paradossale. E’ la fortuna di poter invecchiare, con le proprie compagne, i propri amici e le proprie famiglie. La fortuna, insomma, di poter continuare a sognare, giorno dopo giorno, lontani dal fetore di una trincea.
Oggi più che mai, guardando all’Europa unita, occorre non dimenticare che il Vecchio Continente è stato tragicamente diviso, in un mondo nel quale i vent’anni di un viennese valevano come quelli di un friulano anche se inesorabilmente distinti dal colore di una uniforme.
Poter ricordare il 4 novembre, come un tributo rispettoso e discreto ai giovani di tutti i popoli coinvolti nella Prima Guerra Mondiale, sarebbe una grande conquista umana ed intellettuale, per migliorare la coesione europea ed il valore della divulgazione storica. Forse lo dobbiamo proprio a quei ragazzi: perché loro, quelli della Grande Guerra stroncati dalla morte, resteranno per sempre “soldati” e per sempre “ragazzi”.
Fabio Ferrarini – www.ilcaffeorientale.com
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