SBATTI IL PAZIENTE SU FACEBOOK (titolo originale ‘Questione di umanità’)
di FERDINANDO CAMON (rassegna stampa Messaggero Veneto)
Tutti siamo stati malati, tutti abbiamo conosciuto l’ospedale, il ricovero, l’abbandono nelle mani dei medici e degli infermieri. Quando siamo malati ci sentiamo deboli e impotenti. Il medico, i medici ci appaiono forti e potenti. Noi non abbiamo niente, non abbiamo neanche la salute, il possesso del nostro corpo. Il medico ha tutto, perché ha il potere di farci stare bene. Il rapporto fra il malato e il medico è il rapporto fra un debole e un potente, anzi fra il più debole e il più potente.
In questo rapporto il personale curante, medici e infermieri, ci deve mettere la propria cultura, gli studi, l’esperienza. Ma soprattutto il proprio senso di umanità, di fratellanza, di partecipazione. Madre Teresa curava i più poveri del mondo, eppure non aveva medicine, non personale specializzato, neanche veri letti. Ma aveva l’amore. I malati e i moribondi correvano da lei perché solo al sentirsi amati si sentivano meglio. Perciò tutti troviamo sgradevole l’abitudine di certi medici, in certi reparti, di dare del “tu” al malato: appena il malato è incapace di provvedere a se stesso, di arrangiarsi, il personale medico (non tutti, certo), lo abbassa al “tu”. Non è più una persona da rispettare. È un uomo qualunque.
A Udine è successo di peggio: un’infermiera s’è fatta fotografare, e ha fotografato anche lei, il suo reparto, i suoi colleghi, tra i letti dei malati, dove lei lavora e ha messo quelle foto su Facebook. Facebook è come un album privato, di foto e appunti, in cui ognuno dei presenti (bisogna iscriversi) può comunicare con tutti gli altri e scambiarsi le impressioni, gli appunti, le richieste. Che un’infermiera metta su Facebook, cioè in una sezione di Internet, le proprie foto, mentre lavora, è un fatto suo personale, la sua vita si consuma lì e lei può mostrare quel luogo a tutti. Ma sullo sfondo di tre-quattro foto (non di più) si vedono dei letti, sui letti dei ricoverati, i ricoverati sono intubati. Dunque l’infermiera manda su Internet foto della sua normale vita in un reparto di terapia intensiva. Lei in quel reparto lavora, quella è la sua vita. Ma i pazienti in quel reparto soffrono e alcuni muoiono, alcuni sono fuori-coscienza.
Lei può aver voglia di mostrare la propria vita a tutti. Ma i malati e i (si spera sempre che non ci siano, ma purtroppo ci sono) moribondi han bisogno di pace, di privacy, sono senza reazione, se hanno qualche barlume di coscienza e di reazione sperano di vedere e di sentire che il dramma tremendo che vivono – l’uscita dalla vita – è un dramma tremendo per tutti, loro hanno bisogno di aiuto e tutti cercano di dargli il massimo aiuto. Se un paziente in terapia intensiva emergesse dall’incoscienza per un attimo e in quell’attimo vedesse medici e infermieri che si fanno e gli fanno fotografie si sentirebbe buttato via, senza importanza, perduto. È questa l’impressione che danno quelle (poche) foto tra i pazienti intubati. Non c’è nulla di grave, professionalmente parlando. Probabilmente i medici sono bravi medici e gli infermieri bravi infermieri.
Un lettore che ha visto le foto su Facebook lo attesta: «Conosco bene quell’ospedale, sono tutti bravissimi». Gli crediamo. Non è la coscienza professionale che è in discussione, ma è la coscienza tout court. La coscienza umana. Non si tratta di essere all’altezza come personale curante, si tratta di essere all’altezza come persone umane. È qui la carenza. In un reparto dove i ricoverati sono intubati, trattengono l’anima con i denti o han perso coscienza stanno a bocca aperta, alla mercé di suore, infermieri, medici, non è che le macchine fotografiche non dovrebbero essere usate: non dovrebbero neanche entrare. Se un infermiere parte da casa per andare a lavorare tra pazienti intubati e porta con sé una macchina fotografica può essere un bravo lavoratore, ma non è un bravo infermiere.
No related posts.
Articoli correlati elaborati dal plugin Yet Another Related Posts.



