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Approvata la legge regionale sui dialetti veneti della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia: una legge ambigua e incostituzionale (di Luca Campanotto)

APPROVATA LA LEGGE REGIONALE SUI DIALETTI VENETI

DELLA REGIONE AUTONOMA FRIULI – VENEZIA GIULIA:

UNA LEGGE AMBIGUA E INCOSTITUZIONALE,

CHE RISCHIA DI PRESTARSI A STRUMENTALIZZAZIONI POLITICHE,

NATURALMENTE A DANNO DELLE TRE MINORANZE LINGUISTICHE REGIONALI

È notizia di qualche giorno fa, del 04 Febbraio 2010, la definitiva approvazione, ancora all’unanimità, del testo unificato di proposta di legge regionale per la valorizzazione di vari dialetti di origine veneta del Friuli – Venezia Giulia, elaborato dalla VI Commissione del Consiglio Regionale a partire da varie proposte di legge, caratterizzate dalla più diversa origine politica.

Quando, qualche mese fa (tra il Settembre e l’Ottobre 2009), la redazione di tale testo unificato e il suo passaggio al plenum del Consiglio Regionale provocò da ultimo, sotto diversi e motivati profili, interventi critici anche da parte delle tre comunità linguistiche minoritarie regionali, in particolare friulana e slovena, l’iter della legge, la cui approvazione definitiva veniva contestualmente annunciata sul sito del Consiglio Regionale come scontata e immediata (presumibile già entro Ottobre o Novembre 2009), ha accusato invece una specie di misterioso arresto, durato tuttavia solo qualche mese.

Più leggo il prodotto dei lavori del Consiglio Regionale e più mi rendo conto che tale pausa non ha giovato certo alla bontà, anche squisitamente tecnico-giuridica, del provvedimento in questione, oramai approvato in via definitiva.

Si tratta infatti di una legge regionale che presta il fianco a vari dubbi di legittimità costituzionale, che non possono venir sottaciuti, nonostante lo straordinario consenso che tale normativa ha misteriosamente raccolto persino tra i Consiglieri che, solamente qualche anno fa, quando si discuteva della L. R. 29/07, si sono dimostrati tra gli acerrimi nemici della lingua friulana. Uno di loro, il triestino Piero Camber, ha addirittura fatto da Relatore alla legge appena approvata, assieme a molti altri colleghi, della più diversa provenienza politica o geografica.

Se si escludono le entusiastiche esultanze degli esponenti regionali della Lega Nord, altri Consiglieri, stando ai comunicati stampa pubblicati sul sito del Consiglio Regionale dopo l’approvazione della legge in commento, hanno subito messo le mani avanti, ricordando ciò che stava scritto anche nelle relazioni introduttive alle varie proposte di legge trasversalmente presentate in origine su questi temi, ovverosia che un tale provvedimento legislativo non avrebbe mai potuto rappresentare in alcun modo una minaccia o una manovra ostile nei confronti delle tre minoranze linguistiche regionali previste dal D. Lgs. 223/02 in attuazione dell’art. 3 dello Statuto Speciale: excusatio non petita, accusatio manifesta.

Trascurando ora ogni questione di carattere più spiccatamente politico, già nel mio commento del 03 Ottobre 2009 (facilmente reperibile on line: basta ricorrere a Google e scrivere dialetti veneti Friuli) sono state messe in evidenza, anche solamente in linea di puro diritto, delle generali questioni di costituzionalità, anche con riferimento alle interessanti implicazioni della recente Sentenza della Corte Costituzionale 159/09 sulla lingua friulana e alla ancor più recente impugnazione avanti la Consulta di una legge regionale per la valorizzazione del piemontese (sulla cui legittimità costituzionale non è ancora stata pronunciata una decisione). In questa sede, per brevità, non posso fare altro che rinviare ad una attenta lettura di tale mio scritto, per molti versi ancora pienamente attuale, essendosi rivelata del tutto trascurabile la portata dei pochissimi emendamenti approvati dall’Aula, rispetto al testo unificato della proposta di legge regionale sui dialetti veneti del Friuli – Venezia Giulia redatto dalla competente Commissione Consiliare a fine Settembre 2009. Richiamo inoltre l’introduzione di diritto costituzionale svolta all’inizio del mio precedente intervento, volta a dimostrare come il Costituente, nell’ambito dei principi fondamentali della Costituzione, ha scisso le questioni relative alla tutela del patrimonio culturale riconducibile alla lingua ufficiale (art. 9) da quelle relative alla tutela delle minoranze linguistiche allofone (art. 6) e differenziato i rispettivi ambiti e livelli di tutela, in ragione della diversa autonomia glottologica dei vari idiomi rispetto al sistema linguistico proprio dell’ufficializzata lingua italiana.

Come già ampiamente dimostrato, il peccato originale della normativa regionale in commento, per l’appunto, è proprio quello di assimilare questioni che la Costituzione e la normativa di attuazione dello Statuto Speciale hanno invece tenuto distinte, ad esempio quanto a sedes materiae; come si vedrà qui appresso nel dettaglio, è stata infatti appena approvata una disciplina regionale che continua a prevedere, anche per i dialetti veneti, un ambito e un livello di tutela di carattere chiaramente linguistico, una disciplina regionale che, almeno su tali punti, non fa riferimento al sistema proprio della lingua ufficiale, cui (agli effetti del diritto positivo costituzionale e paracostituzionale vigente) tali idiomi appartengono.

Forse è proprio in considerazione di tali limiti (posti dalla Costituzione, dallo Statuto Speciale e dalla normativa di rispettiva attuazione persino alla discrezionalità legislativa regionale) che il testo unificato della nuova legge, dal punto di vista formale, fa riferimento, inizialmente e a livello di principio, solamente all’articolo 9 della Carta Costituzionale; ad un’attenta lettura, tuttavia, emerge, nell’articolato di dettaglio e dal punto di vista sostanziale, tutta una serie di elementi sintomatici chiaramente rivelatori di una diversa volontà legislativa, elusiva dei “paletti” imposti dal sistema costituzionale anche al Legislatore Regionale.

Quell’iniziale richiamo all’art. 9 della Costituzione, e quindi all’asserita portata meramente culturale del provvedimento approvato, non basta a tacitare le pesanti riserve che sin d’ora, nella mia qualità di cittadino italiano friulanofono residente nella Regione, mi sento in dovere di formulare su molti commi delle successive disposizioni di dettaglio dettate per i dialetti veneti, che si spingono invece a prevedere delle affermative actions di carattere chiaramente linguistico:

l’art. 6 co. 1 parla di «trasmissioni radiofoniche e televisive realizzate da emittenti pubbliche e private» (ovverosia di iniziative di politica sostanzialmente linguistica che, per i friulanofoni, ma anche per gli slovenofoni o i germanofoni della Provincia di Udine, di fatto sono ancora, almeno in parte, pura fantascienza);

l’art. 6 co. 2 parla di «giornali e periodici editi nei dialetti di origine veneta»;

l’art. 7 prevede «progetti didattici diretti alla valorizzazione e alla conoscenza dei dialetti di origine veneta», contestualmente precisando, in maniera chiara ed espressa, il fatto che, lungi dal muoversi su un piano esclusivamente culturale, trattasi di iniziativa pubblica di livello ulteriore, finalizzata anche all’«apprendimento linguistico», senza che la disposizione preveda, peraltro, quale sia il concreto sistema di opzione cui l’esercente la potestà genitoriale debba attenersi per la scelta di avvalersi o meno di tali attività scolastiche facoltative (si tratta di aspetti legislativi di grande importanza, almeno per quanto riguarda la lingua friulana, visto che la problematica e discussa Sentenza della Corte Costituzionale 159/09 ha inciso pesantemente su di essi, aprendo questioni che, per quanto contraddittorie, il Legislatore Regionale mai avrebbe potuto legittimamente disattendere, a maggior ragione legiferando su dialetti della lingua italiana);

l’art. 8 co. 2 prevede «la realizzazione di insegne pubbliche, anche stradali» (anche in questo caso, si tratta di iniziativa pubblica, chiaramente improntata ad una politica propriamente linguistica, la quale – per fare un altro raffronto comparativo con la situazione propria della lingua friulana – per il friulano non ha ancora visto piena attuazione, ad esempio nel delicato contesto politico e sociolinguistico proprio della Provincia del Friuli Occidentale, ma anche in molti Comuni della stessa Provincia di Udine, pur essendo prevista come assolutamente vincolata, sia nell’an sia nel quomodo, dalla vigente legislazione regionale, e specificamente dal mai abrogato co. 10 dell’art. 1 della L. R. 13/00).

In sintesi, nel testo della legge appena approvata non mi pare di rinvenire alcuna effettiva garanzia giuridica che la nuova normativa regionale sui dialetti veneti, opportunamente strumentalizzata dalle solite e trasversali forze antifriulane, non finisca per generare ulteriori attriti anche nell’ambito della già grandemente problematica attuazione concreta della normativa statale e regionale di tutela e promozione della lingua friulana o di altre lingue minoritarie regionali.

Se mi è concessa una brevissima parentesi politica, non vorrei mai che la prossima scusa per impedire o limitare il pubblico uso della mia lingua friulana si rivelasse, alla fine, la strumentalizzazione di un qualche dialetto veneto; personalmente, sono un friulanofono di madre veneta, ma vorrei ricordare che erano gli uomini di Mussolini a scorrazzare spavaldi per queste terre e a piazzare dappertutto Leoni di San Marco posticci, come hanno fatto all’ingresso del Castello di Gorizia; non nego certo il fatto che non tutti i friulani sono anche friulanofoni, in considerazione del fatto che il Friuli è da sempre quadrilingue, ma rivendico con decisione il diritto di noi friulanofoni a veder pubblicamente riconosciuta in ogni ambito anche la nostra lingua ladina, che costituisce anch’essa, a pieno titolo, come ha recentemente riconosciuto la stessa Corte Costituzionale citando espressamente l’art. 3 dello Statuto Speciale anche in riferimento al friulano, uno dei principali elementi linguistici posti a fondamento stesso di questa autonomia speciale. Chiusa parentesi.

Per tornare al diritto costituzionale, è tuttavia ciò che la nuova legge regionale non dice (e quindi lascia alla pericolosa discrezionalità dell’interprete, che molte volte, e soprattutto in Italia, risulta guidata o influenzata da finalità che sono tutto fuorché giuridiche) a rivelarsi ancor più grave, al punto che rappresenta forse il vizio di incostituzionalità più evidente di tale provvedimento.

Com’è noto, rappresentando un’eccezione rispetto al generale principio di ufficialità della lingua italiana e una forma di attuazione dei principi di uguaglianza sostanziale di cui al secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, la tutela delle minoranze linguistiche risulta impostata, anche a salvaguardia della certezza del diritto e a perseguimento di obiettivi di razionalizzazione della spesa pubblica, sulla base di una limitazione degli interventi positivi della mano pubblica sia ratione linguae (art. 2 L. 482/99) sia ratione loci (art. 3 L. 482/99), ovverosia in ragione di un espresso riconoscimento legislativo (statale, come ha recentemente ed espressamente precisato la Corte Costituzionale nella propria Sentenza 159/09) degli idiomi tutelati quali autonomi rispetto al sistema linguistico proprio della lingua ufficiale e in ragione di un fondamentale e inderogabile principio di territorialità della tutela linguistica, invocabile dai cittadini solamente in ambiti territoriali di insediamento e riferimento linguistico limitati e definiti, sia pur secondo criteri di collegamento territoriale differenti a seconda si versi nella materia del diritto amministrativo o in quella del diritto processuale (rispettivamente, art. 9 co. 1 L. 482/99 – ubicazione della sede dell’Ente Pubblico nell’ambito della delimitazione territoriale – e art. 9 co. 3 in combinato disposto col richiamato art. 109 co. 2 c.p.p. – competenza territoriale dell’Autorità Giudiziaria di merito estesa anche solo in parte al territorio zonizzato).

Non si vede per quale motivo tali fondamentali principi di territorialità, di diretta attuazione della Costituzione per la tutela delle lingue minoritarie allofone, non possano e non debbano valere anche per la valorizzazione dei dialetti italiani, a fortiori, a maiori ad minus. Persino la tutela speciale propria della forte minoranza slovena è vincolata a criteri di territorialità (la delimitazione territoriale di riferimento è stata recentemente approvata, secondo quanto previsto dall’art. 4 L. 38/01, col D.P.R. 12 Settembre 2007, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 27 Novembre 2007, n. 276). Anche la normativa regionale di tutela della lingua friulana prevede limitazioni applicative di carattere territoriale (art. 3 L. R. 29/07 e prima ancora art. 5 L. R. 15/96, che prevedono zonizzazioni rilevanti anche per l’applicazione della normativa statale, in forza del rinvio operato dall’art. 1 co. 5 D.P.R. 345/01 ai provvedimenti regionali di delimitazione costituiti dai D.P.G.R. 412/96 e 160/99). La stessa legge regionale di tutela della minoranza tedesca dell’Alto Friuli, recentissimamente approvata, praticamente in contemporanea rispetto alla legge regionale in commento, prevede espressamente anch’essa, addirittura in preliminari disposizioni di rango legislativo e con precisione microscopica di livello subcomunale, l’estensione territoriale del proprio campo applicativo, coincidente col territorio di insediamento delle comunità germanofone (art. 1 co. 2 L. R. 20/09).

I problemi nascono dal fatto che il Consiglio Regionale si è “dimenticato” di inserire nella legge appena approvata delle generali disposizioni di limitazione dell’efficacia territoriale delle affermative actions che ha contestualmente previsto a favore dei dialetti veneti. Sembrerebbe quasi che le nuove disposizioni legislative sui dialetti veneti risultino applicabili sull’intero territorio regionale. Quando, solo qualche anno fa, qualcuno parlò, gonfiando artificiosamente la questione, della possibilità di applicazione della nuova normativa regionale di tutela del friulano anche nell’italianissima Città di Trieste (si tratta, in realtà, di una possibilità originariamente limitata dalla L. R. 29/07 agli uffici regionali e agli enti pararegionali aventi sede nel Capoluogo della Regione – la cui competenza territoriale risulta tuttavia estesa anche al territorio friulanofono – e poi discutibilmente esclusa – peraltro solo nella materia del diritto amministrativo, poiché sopravvive ancor oggi nella materia processuale – per effetto della Sentenza della Corte Costituzionale 159/09, e ciò nonostante la Regione Autonoma potesse vantare competenza legislativa piena ed esclusiva in materia di uffici ed enti regionali e pararegionali) molti attuali sostenitori di quest’ultima legge regionale sui dialetti veneti si stracciarono le vesti e fecero letteralmente fuoco e fiamme, invocando l’intervento della Consulta; ora, quando si tratta della possibilità che le previste misure di valorizzazione dei dialetti veneti vengano estese a tutta la Regione, sono tutti unanimemente concordi ed entusiasti. Evidentemente, la Costituzione non è uguale per tutti.

Si potrebbe sostenere, sul punto, un’interpretazione adeguatrice della normativa appena approvata, al fine di condurla ad applicazione costituzionalmente conforme, tendente a definire comunque, anche nel silenzio della legge regionale (sia pur solamente in via interpretativa, con tutte le difficoltà logistiche che ciò inevitabilmente comporterebbe quanto a certezza del diritto e chiara regolamentazione dell’esercizio dei diritti costituzionali dei singoli), la concreta e puntuale estensione territoriale del proprio campo applicativo, atteso che molti dialetti elencati dall’art. 2 della proposta di legge appena approvata sembrano per loro natura limitati ad un ambito esclusivamente comunale (mi sembra sia il caso del triestino, del muggesano, del veneto coloniale udinese, pordenonese e goriziano, del maranese, del gradese); peccato che nello stesso elenco figurino anche dialetti veneti completamente privi (salvo riconquista delle terre irredente) di una base territoriale stabile sull’attuale territorio nazionale (mi sembra il caso dell’istroveneto e del dalmatico), oppure risultino estesi ad un ambito territoriale certamente sovracomunale, che di conseguenza risulta pericolosamente incerto, estensibile a seconda delle convenienze politiche del momento (mi sembra il caso del liventino o del bisiaco, purtroppo sempre più spesso strumentalizzati dal punto di vista politico, in funzione antifriulana, nell’ambito dei contesti politici e sociolinguistici particolarmente delicati propri del Friuli Occidentale e Orientale); anche l’art. 1 co. 3 della legge appena approvata non specifica affatto quali sino gli Enti Locali della Regione concretamente investiti dell’applicazione del provvedimento; anche gli emendamenti da ultimo approvati, in materia di biblioteche pubbliche degli Enti Locali, non mi sembrano chiarissimi, quanto a campo territoriale di efficacia.

In assenza di una precisazione di carattere legislativo, poiché queste capitali questioni, legate ai fondamentali principi di territorialità, non possono venir completamente lasciate, in uno Stato di diritto informato al principio di legalità, a un atto di rango regolamentare, urge un qualche intervento manipolativo additivo della Corte Costituzionale (ai limiti della giuridica ammissibilità e praticabilità, ma di fatto necessitato dall’impressionante tecnica redazionale dell’odierna legislazione), che specifichi le procedure di delimitazione territoriale dell’efficacia di questa ambigua legge regionale, illegittimamente omesse dal Legislatore Regionale, tenendo anche presente che tali perimetrazioni non possono venir ricavate in negativo rispetto a quelle già definite per le tre minoranze linguistiche regionali, poiché, nel bosniaco ma pacifico Friuli quadrilingue, molte delimitazioni territoriali, inevitabilmente, non si escludono reciprocamente in un’ottica monolingue ed esclusivistica, e anzi si sovrappongono tra loro in una prospettiva plurilingue e pluralistica (la quale ultima risulta oltretutto maggiormente conforme ai principi fondamentali della Costituzione).

L’errore più grave del Legislatore Regionale è stato tuttavia quello di non aver atteso l’oramai prossima pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge regionale per la valorizzazione del piemontese, che avrebbe fornito utili indicazioni sulla stessa ammissibilità di molte misure recentemente introdotte, forse imprudentemente o forse scientemente, a favore dei nostri dialetti veneti; appare quindi assolutamente necessaria, se non altro per far chiarezza su questioni tutt’altro che scontate, un’impugnativa governativa di questa problematica e controversa normativa, anche in considerazione della fretta con cui è stata approvata, senza che oltretutto l’opinione pubblica regionale, nel dettaglio, ne sapesse poi molto; quando, poco tempo fa, si trattava della nuova legge regionale sulla lingua friulana, l’impugnativa del Governo venne solennemente benedetta da molti politici, anche regionali e locali, in nome della legalità costituzionale; visto che la Costituzione, fino a prova contraria, dovrebbe essere uguale per tutti, penso che nessuno di coloro che solo qualche anno fa invocò per il friulano l’intervento della Consulta avrà ora qualcosa da ridire se chi scrive si permette di sollecitare vivamente l’interessamento del Rappresentante dello Stato presso la Regione, del Ministero per gli Affari Regionali e del Governo, ai fini di un ricorso alla Corte Costituzionale, ovverosia ai fini del concreto esperimento dell’ultimo rimedio rimasto contro una legge regionale molto pericolosa, contro una legge che, se strumentalizzata, rischia di pregiudicare diritti linguistici costituzionalmente garantiti.

Il tempo stringe!

Rivignano, 06 Febbraio 2010

dott. Luca Campanotto

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59 Commenti

  1. Raccolgo l’invito del Direttore – che ringrazio per l’accoglienza, salutando anche gli altri interlocutori – e cercherò di non occupare più questo spazio con altri interventi. Se non per rispondere ad eventuali domande. I quartetti sono belli ma dopo un po’ c’è bisogno anche d’altra musica.
    Vorrei concludere portando, come esempio, la mia esperienza personale, che è quella di chi è nato e cresciuto tra gente semplice e modesta. Una famiglia di operai del monfalconese. La mia famiglia è la tipica famiglia bisiaca, fatta di incroci tra culture spesso molto diverse: padre veneto trasferitosi a Monfalcone da ragazzetto al seguito del padre, che qui aveva trovato finalmente un modo per sostentare la numerosa prole; madre di antica famiglia bisiaca di Pieris, da parte paterna, ma con nonni e bisnonni, friulani, sloveni, austriaci. Ho sempre vissuto a Pieris fino ai trentacinque anni ed in casa abbiamo parlato e parliamo ancora esclusivamente in bisiac, tanto che le prime parole in italiano credo di averle udite alle scuole elementari. Posso dire che il bisiac è la mia prima lingua e dire che, probabilmente, faccio parte di quell’ultima generazione che ha vissuto i suoi primissimi anni senza l’influenza pressante dei mass media (ho iniziato a guardare la televisione un po’ verso gli otto anni). Già dieci anni fa in un congresso parlai della necessità di fare una legge regionale per salvaguardare queste preziose parlate. Si trattava di richieste fatte con amore, perché mi sembrano cose belle ed è un peccato lasciarle svanire nel nulla. Senza nessun altro fine.
    La famiglia di mia madre, come dicevo, risiede nel paese almeno dal 1400 e così, fin dai primi mesi di vita, ho avuto la fortuna di vivere immerso tra i suoni di un bisiac arcaico, ricchissimo di termini particolari e modi di dire, piuttosto diverso da quello impiegato oggi dalle nuove generazioni. Fin da piccolo mi piaceva molto frequentare le persone anziane per ascoltare i loro racconti, persone nate a volte alla fine dell’Ottocento, per cui conosco benissimo il modo di pensare dei bisiachi, quelli nati nei paesi, poco o per nulla influenzati dalla cultura e dal linguaggio diffusosi a Monfalcone nel corso del Novecento.
    Monfalcone, difatti, è un poco un caso a sé. I vecchi cantierini mi raccontavano che le prime maestranze specializzate arrivarono dall’Istria e da Trieste e, giocoforza, la necessità di trovare un linguaggio comune – eliminando dal bisiac parole ed espressioni incomprensibili ai non bisiachi – portò alla formazione di un bisiac, diciamo così, “ingentilito” da numerosi prestiti tratti dall’idioma triestino. Anche se poi la pronuncia rimase bisiaca e molte famiglie, anche in pieno centro, continuarono e alcune ancora continuano ad impiegare un bisiac del tutto simile a quello parlato nei centri conservativi. Non bisogna dimenticare, inoltre, che già nel corso dell’Ottocento moltissime maestranze bisiache lavorarono a Trieste come muratori specializzati e non, scalpellini, venditori di sabbia e pietra, diffondendo anch’essi in Bisiacarìa le note canzoni, modi di dire e pensare. Le nostre nonne, poi, facevano interminabili viaggi a piedi, camminando tutta la notte per arrivare all’alba e vendere nei mercati della città erbe medicinali, verdure. Le terre oltre l’Isonzo non offrivano nulla, o quasi; vi abitava povera gente dedita ai lavori nei campi, perlopiù: è ovvio che Trieste rappresentasse, allora, con i suoi traffici, i bei negozi e palazzi immensi una sorta di sogno per tutti coloro che desideravano riscattarsi dalle comuni, durissime condizioni di vita. Assomigliare un po’ ai triestini significava, per chi viveva in case ghiacciate e con l’assillo di mettere assieme il pranzo con la cena, assomigliare un po’ di più a chi è ricco e meno a chi vive nell’incubo della miseria. Chi voleva emanciparsi dalle durezze della vita contadina iniziò, così, a trasferirsi a Monfalcone, spesso più o meno modificando la sua parlata natìa per sostituirla con un’altra da cui, pur rimanendo nel fondo bisiaca, sparivano di colpo tutte le parole tronche, i modi di dire coloriti, i proverbi legati al mondo contadino. Fino a qualche anno fa riuscire ad acquistare un appartamento (il mitico “quartier”) a Monfalcone – a volte addirittura a Trieste – era ancora il sogno di molti nostri parenti e conoscenti. Si è sempre trattata, per così dire però, di una “imitazione a debita distanza”, nel senso che i bisiachi hanno sempre visto in Trieste un modello da imitare ma fino ad un certo punto, mantenendo nel fondo alcune caratteristiche tipiche del mondo laborioso e concreto fatto di contadini, pescatori, artigiani da cui provengono e che li ha spesso portati, nei Cantieri Navali ma anche in altri campi, a raggiungere livelli qualitativi da tutti riconosciuti. In ogni caso i rapporti con il capoluogo, almeno dalla metà dell’Ottocento, sono sempre stati forti, innegabilmente forti, molto di più di quelli con la pur più vicina Gorizia o gli stessi paesi dell’aquileiese; ma, più che di influenza politica, si tratta di un’influenza legata al fatto di vedere in questa ricca città e nella sua cultura, così moderna e libera, un modello per liberarsi dal giogo di una vita fatta di stenti e, forse ancor più, di vedute ristrette. Adesso molte cose sono cambiate, ma ancor oggi, anche per il comune linguaggio di tipo veneto, un bisiaco spesso si sente di più a casa in centro a Trieste, a quaranta chilometri da casa, che non in un’osteria a pochi chilometri oltre l’Isonzo dove puoi ancora ritrovarti tra persone che parlano tutte in friulano e capire poco o nulla. Ovviamente vi sono stati anche – ancor oggi – forti e continuativi contatti tra bisiachi e friulani e, difatti, in molte famiglie bisiache (e viceversa) troviamo persone di madrelingua friulana. Mia nonna, ad esempio, per fare un esempio diretto. Ma, ripeto, nell’ultimo secolo almeno, le terre oltre l’Isonzo non hanno mai o quasi mai rappresentato un modello culturale per il monfalconese, né tantomeno politico, escludendo è ovvio i paesi amministrati dalla sinistra della zona di Cervignano nel dopoguerra. Anche il rapporto con Gorizia è stato sempre piuttosto problematico, in quanto si tratta di una città che noi bisiachi sentiamo lontana (nonostante tutti gli sforzi della Provincia di amalgamare le diverse componenti), una città ed il suo circondario portatrice di una cultura anche politica diversa, linguaggi diversi, a cui ci siamo abituati ma senza mai troppa convinzione. Forse certe dissonanze con gli anni si sfumeranno ma ancor oggi le cose non sono cambiate di molto. E, difatti, ogni volta la scelta di un nuovo Presidente della Provincia obbliga le forze politiche a trovare personaggi il più possibilmente trasversali.
    Per finire, al di là delle puntuali precisazioni storiche di Marisa e del dott. Campanotto, in tutti gli anni in cui ho vissuto a Pieris non mi è mai capitato di udire, una sola volta, un bisiaco dire che il luogo in cui noi ci trovavamo, la cosiddetta “Bisiacarìa”, faceva parte del Friuli. Io stesso ho appreso questa cosa soltanto quando ho iniziato a leggere dei libri di storia locale. E la cosa mi ha sorpreso, molto. Noi tra l’altro non adoperiamo mai il termine “Friul” ma, come gli sloveni, sempre e solo “Furlanìa”. Termine che non ha nessuna connotazione negativa. Ma cosa intendono i bisiachi quando dicono “Furlanìa”? Semplicemente tutto ciò che sta oltre l’Isonzo. Nessuno di noi ha mai impiegato questo termine per parlare dei paesi dove si parla il bisiac. Con questo voglio dire soltanto che il sentimento di non appartenenza dei bisiachi al Friuli non è cosa recente ma risale, almeno, agli inizi del secolo scorso. Di queste cose ovviamente ho parlato anche con persone molto anziane – persone semplici, non studiosi – già una ventina d’anni fa e tutte mi hanno ripetuto le stesse cose che già avevo sentito fin da bambino. Per cui se un bisiaco oggi fa certe affermazioni non lo fa perché prova sentimenti ostili nei confronti del Friuli e dei friulani (lasciando da parte i vecchi campanilismi presenti ovunque vi siano degli uomini) ma perché si tratta di una convinzione radicata ormai in noi, trasmessa da bisnonni, nonni, padri, qualcosa che si dà per scontato, come dire che Palmanova si trova in provincia di Udine. Ridurre tutto a recenti manovre di ambienti politici attivi nel capoluogo non mi sembra sufficiente. Qui dobbiamo risalire come minimo ad ottant’anni fa. Non sono uno storico ( e purtroppo non sono ancora riuscito a leggere il libro di Marisa) e, quindi, sarebbe interessante, molto più interessante delle polemiche e delle sterili accuse, capire le ragioni profonde che hanno portato nel tempo la gente delle mie zone a maturare una diversa idea della propria appartenenza. Diradare le ombre del passato, comprendere perché pensiamo in un certo modo fa sempre bene e può aiutarci a guardare, con più chiarezza e serenità, al nostro domani.

    OSSERVAZIONI DEL DIRETTORE

    Sia chiaro che per quanto mi riguarda potete scrivere all’infinito…
    Vi leggo con piacere e spero che così sia anche per i nostri lettori.

  2. Io posso essere portato a intuitivamente sentire e soggettivamente percepire che Città del Messico si trova in Australia …

    Tuttavia, oggettivamente, da un punto di vista storico e geografico, Città del Messico si trova in Messico …

    Lo stesso dicasi per la Bisiacaria e il Friuli, visto che, ad esempio, come ripeto, la giurisdizione sul Monfalconese è sempre stata esecitata, e in maniera diretta ed immediata, prima dal Patriarcato di Aquileia (proprio quello che ha dato il nome alla Patria del Friuli) e, dopo la sua soppressione nel 1751, dalle sue due Archidiocesi figlie (vi è stato addirittura un periodo nel quale Monfalcone è appartenuto ad una vera e propria enclave dell’Archidiocesi di Udine, circondata da territorio asburgico, così come esistevano del resto enclaves goriziane nell’attuale territorio udinese, permutate tra loro solo in un secondo momento, poiché il cosiddetto “vecchio confine” tra Friuli Veneto e Friuli Imperiale, e tra le rispettive circoscrizioni ecclesiastiche, si è stabilizzato solo gradualmente) …

    E ciò a prescindere dall’idioma o dagli idiomi degli abitanti della Bisiacaria … Di idiomi in Friuli ne abbiamo talmente tanti …

    Ecco, gradirei che il Casasola, invece di andarmi in escandescenze (manifestando oltretutto proprio quell’ostilità che mi ha spinto a prendere posizione sull’incostituzionalità di questa legge, affinché ne possano venir prontamente corretti gli errori, prima che possano degenerare), parlasse di FATTI, fatti come quelli che porto io, visto che non sono ancora riuscito a capire sulla base di quali elementi sia stata negata l’appartenenza della Bisiacaria al Friuli, e non solamente da un punto di vista linguistico (quasi che il Friuli avesse un’unica lingua friulana, il che è semplicemente irreale, visto che è OGGETTIVAMENTE una delle regioni più plurilingui della Terra), ma anche solamente da un punto di vista meramente storico e geografico …

    A proposito di Duino, se non erro, fa parte anch’esso, tutt’ora, e non certo a caso, dell’Archidiocesi di Gorizia (della quale la diocesi triestina è tuttora una mera suffraganea), così come Sappada, per fare un altro esempio, fa ancora oggi parte integrante del Friuli e dell’Archidiocesi di Udine (con buona pace dei Galan e Zaia, là parlano tedesco, ma la propaganda filotriestina o neofascista è impercettibile, al punto che l’85% degli elettori si è già espresso per il ricongiungimento anche col Friuli amministrativo) …

    Parliamo di FATTI, e non di quello che soggettivamente la propaganda mi fa percepire in un certo luogo …

    Buonanotte.

  3. CAMPANOTTO?? SA LEGGERE?? O STA FACENDO FINTA DI FRAINTENDERE???

    NON STO PARLANDO DI GORIZIA!!! E NEMMENO DI TUTTO IL TERRITORIO PROVINCIALE!!!!

    STO PARLANDO DELLA BISIACARIA. LO DEVO RIBADIRE ANCORA? SE NON CONOSCE IL TERRITORIO SI INFORMI PRIMA DI DIRE LA SUA PERCHE’ CHI LEGGE SI ACCORGE CHE LEI TIRA IN BALLO ALTRE REALTA’ PER GIUSTIFICARE LE SUE OPINIONI.

    LA PREGO NON FACCIA ANCORA FINTA DI CAPIRE CIO’ CHE IO NON HO MAI DETTO. LA DISCUSSIONE SI IMPOVERIREBBE ULTERIORMENTE.

    Il Timavo non è percepito come il lembo estremo del Friuli. Non lo dico io. Lo chieda agli abitanti di Duino (che sono slovenofoni) se per loro oltre le foci de Timavo è già Friuli? Probabilmente se non glielo diceva qualche storico propagandista, non lo sapeva nemmeno Lei.

    Non sto dicendo che il territorio della provincia di Gorizia non sia anche friulano. Certo non lo è per la sinistra Isonzo. E questo non significa negare nulla!! Quindi non mi tiri in ballo gonfaloni della provincia che è un ente recentissimo nella storia della nostra regione e che abbraccia realtà culturali indubbiamente diverse. Sappiamo bene che peraltro la Bisiacaria è stata anche provincia di Trieste. E per fondare le sue tesi non citi Lucinico che è friulanissima e del tutto fuori argomento.

    La prassi della Chiesa goriziana che Lei descrive non era certo diffusa in Bisiacaria. O Lei potrebbe provare il contrario? Anche i riferimenti ad Aquileia e alla città di Gorizia sono fuori luogo. Come peraltro anche oggi l’attenzione nella lirtugia (positiva a mio avviso) alla componente friulanofona è prassi laddove il friulano è parlato (buon senso semplicemente), cioè nella Destra Isonzo e non a Grado o a Staranzano. E’ anche qui si ha una visuale troppo parziale, che ingigantisce il proprio cortile senza vedere oltre. Quante volte i celebranti nelle parrocchie bisiache (magari anche friulani) si sono rivolti utilizzando anche il bisiac nelle omelie, anche del tutto spontaneamente? Senza bisogno di decreti o che altro? Così come quante volte nei consigli comunali, nelle sedute delle varie realtà associative, di organismi di ogni tipo, di manifestazioni pubbliche, in riviste e pubblicazioni, si è ricorso al bisiac come il linguaggio percepito dalla popolazione in Bisiacaria. Mi pemetto di dire, proporzionalmente al numero degli abitanti, molto più che il friulano (con tutti i finanziamenti di cui questo gode).

    Non so che cosa abbia fatto Gherghetta. Di sicuro deve tener conto che non tutta la sua Provincia è parte del Friuli. Qualsiasi sia il presidente della Provincia di Gorizia nella nostra realtà, nn può ovviamente non tenere conto di questa realtà che ha sotto gli occhi. Con quale facciatosta potrebbe chiamare FRIULI DOC una malvasia di un’azienda ronchese?

    Ritengo che nessuno mi obblighi a far nulla: nè triestini nè altri. Ciò che faccio lo faccio per la mia cultura, non per assecondare nessuno. Può affermare il contrario????

    OSSERVAZIONE DEL DIRETTORE

    La discussione è acuta, stimolante e personalmente la incoraggio.
    Va bene anche la polemica, purché non si trascenda.
    Rammento che l’uso delle maiuscole sul web, a meno che non si voglia enfatizzare o sottolineare determinati termini o concetti, equivale a urlare.
    Invito quindi a ‘moderarsi’ nell’uso delle maiuscole e, ovviamente – finora non è successo -, a non trasformare il dibattito in occasione per invettive.
    Sarebbe interessante comunque che qualcuno si unisse al quartetto Campanotto-Marisa-Crico-Casasola…

  4. Vorrei solamente precisare che tutto quello che viene fatto da Enti Pubblici per la lingua friulana è, in larga parte, semplicemente un atto dovuto, previsto e vincolato per legge (ad esempio in materia di toponomastica stradale). Certa mentalità, molto diffusa in Italia, insegna invece a ritenere che anche i diritti linguistici siano una specie di graziosa concessione. Ecco che fondamentali diritti di rilevanza costituzionale, di fatto, vengono fatti impropriamente dipendere dall’orientamento, spesso capriccioso, del politico di turno.

    Certa mentalità è la stessa che cercò invano di contrastare, anche in Parlamento, la coraggiosa voce di uno dei Padri dello Statuto Speciale, il Sen. Avv. Tiziano Tessitori, brillante friulano che bruciò la propria carriera per aver avuto il coraggio di dissentire pubblicamente sull’architettura di questa Regione mal nata, prima di subire un attentato e di venir silurato dal suo stesso partito, in quanto troppo friulanista e autonomista per risultare politicamente corretto.

    Certa mentalità è la stessa che oggi parla di Friuliveneziagiulia (indiscutibile entità, unica e unitaria, centralizzata e calata dall’alto, in grado di annacquare ogni sentimento friulanista e autonomista, sotto l’ombrello dell’egemonia triestina), dopo aver tentato malamente, qualche anno fa, di sopprimere (visto che in un altro articolo della Costituzione e nello Statuto Speciale c’è ancora) il famoso trattino tra le due distinte realtà che sono state artificiosamente riunite sotto un’unico capoluogo, assolutamente eccentrico e privo di territorio (e non mi meraviglierei se a Trieste, oramai, considerassero, proprio a questi fini strumentali, la Bisiacaria una specie di loro periferia).

    Non pretendo di far cambiare idea a nessuno. Dico semplicemente quello che penso, sulla base non di propaganda (quella la fanno il nazionalismo italiano e i neofascisti), ma di dati oggettivi.

    Del resto, noi friulani e friulanofoni perdiamo sempre, anche perché siamo sociolinguisticamente e politicamente molto deboli, e quindi facili da dividere. Poter tuttavia incrinare i dogmi del politicamente corretto, instaurato in questa Regione dalla cricca egemone, è per me già una grandissima vittoria, e anche una indimenticabile soddisfazione. Anche perché ho grande fiducia nei lettori, che non sono stupidi, e certamente riusciranno quindi a soppesare gli argomenti di tutti. Sempre che, naturalmente, qualcuno riesca ad avere la possibilità di raccontargli una verità diversa dall’ipnosi imperante sui media regionali (ad es. RAI-Trieste).

    E di questa possibilità ringrazio questo Giornale e il Direttore. Questo è stato uno dei pochi organi dell’informazione regionale ad aver rotto il generale e inquietante silenzio che aleggia su questa problematica nuova legge, che strumentalizza tante persone in buona fede, solamente al fine di tentare di sabotare in ogni modo l’oramai costituzionalizzato plurilinguismo regionale. Ancora una volta, il web si dimostra grande catalizzatore di democrazia.

  5. @ Campanotto

    Guardi che le sue considerazioni su Gherghetta nascono evidentemente da una scarsa conoscenza del suo operato. Gherghetta, nato a Monfalcone e che parla in bisiaco spesso anche durante i suoi comizi in zona, in realtà per la lingua friulana ha fatto molto. Oltre ad aver preteso, senza che nessuno glielo richiedesse, il giorno dl suo insediamento, di giurare davanti ad Illy anche in friulano (pur non parlandolo e dimenticandosi della sua lingua madre bisiaca, pazienza…), ha spinto moltissimo per presentare tutte le iniziative della regione anche in friulano, impiegandolo nelle pubblicità sui giornali, sugli autobus, realizzando una segnaletica provinciale in friulano anche nei comuni non friulanofoni. La questione della non adesione al progetto dell’Assemblea delle Province Friulane è di natura squisitamente politica e si spiega con la non volontà di avvallare un progetto portato avanti con noti esponenti dell’avversa parte politica, di cui oggi uno caduto tristemente in disgrazia. Gherghetta, piuttosto, ha ricevuto pesanti critiche proprio per non aver, da monfalconese, fatto altrettanto per la valorizzazione del bisiaco. Ma lui si è finora giustificato (anche comprensibilmente) dicendo che, non trattandosi di una lingua riconosciuta e non godendo di alcun riconoscimento ufficiale in regione, non si poteva pretendere più di qualche migliaio di euro offerti dall’Assessorato alla Cultura. Aggiungo qui che i 40.000 euro stanziati dalla Regione per il bisiaco, di cui ha parlato qualcuno, sono (parlo per esperienza diretta) una pura falsità: la regione non ha mai dato più di 5.000/10.000 euro all’anno per pubblicazioni scritte interamente in bisiaco o per studi sul bisiaco. Non confondiamo i contributi dati alle associazioni del monfalconese con i contributi stanziati per la valorizazzione di questo idioma.

    @ Marisa

    Al di là di tutto, io vivo a Tapogliano, in provincia di Udine nel Friuli Venezia Giulia che si trova in italia. Non lo dico io ma i miei documenti. Nel 2010. Posso anche aggiungere che vivo nella “regione storica del Friuli”, cosa che mi fa anche piacere sapere anche se non risulta dai miei documenti. Ma di questo devi incolpare chi li ha fatti, non certo me.

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