SFUEI DAL FRIÛL LIBAR

IL GIORNALE DEL FRIULI LIBERO
inBOX - le vostre storie
inBOX - le vostre storie   | Youtube | Facebook | RSS Feed |

Bielorussia: il misterioso caso della Politovskaja di Minsk (di Massimiliano Ferraro)

Bielorussia: il misterioso caso della Politovskaja di Minsk

di

Massimiliano Ferraro

Prima del clamore suscitato nel 2006 dall’omicidio di Anna Politovskaja, la maggioranza dell’opinione pubblica italiana conosceva ben poco delle intimidazioni subite dai giornalisti nella Federazione Russa e nei Paesi satelliti di Mosca. Eppure già due anni prima, nella spesso dimenticata Bielorussia, un’altra giornalista aveva pagato con la vita i suoi sforzi per la ricerca di verità scomode al potere. Il suo nome era Veronika Cherkasova, quarantacinque anni, capelli neri e lineamenti tipici di molte donne dell’Europa orientale.

La storia pressoché sconosciuta del suo atroce assassinio ha inizio a Minsk, la capitale dello Stato, la mattina del 20 ottobre del 2004. Una bella mattinata di sole autunnale. Tuttavia, nonostante quella danza di luce e colori riflessi sullo scorrere monotono del fiume Svislac, il clima politico del Paese non era mai stato così cupo come in quei giorni. Nell’aria ristagnava ancora l’eco sinistra dell’ultimo discorso televisivo pronunciato da presidente Aleksandr Lukashenko il 7 settembre, in cui si annunciava un referendum per eliminare i limiti dei termini presidenziali, spianando di fatto la strada a quella che ancora oggi è definita l’ultima dittatura d’Europa. Il 17 ottobre la Costituzione era stata così modificata con l’80% di voti favorevoli, nonostante la denuncia da parte dell’OCSE di numerose violazioni del libero diritto al voto e lo sdegno di Washington: “la campagna per il referendum e le relative votazioni si sono svolte in un clima di violenza e paura”.

Alle 9.15 di quella mattina, Veronika aveva ricevuto una telefonata da suo figlio Anton, quindici anni, che trovandosi nei pressi di parco Sievastopalski le chiedeva indicazioni su alcuni prodotti informatici da acquistare prima del suo ingresso a scuola, alle 10.05.

Un’ora e cinque minuti più tardi, Veronika Cherkasova, cronista del giornale di opposizione Salidarnasc, veniva trovata senza vita nel suo bilocale di Niekrasau Street, uccisa con quarantatré coltellate, la maggior parte delle quali sferrate alla gola con un coltello preso dalla cucina dell’appartamento. Le indagini, veloci e superficiali condotte della polizia bielorussa, individuavano in Anton il presunto colpevole dell’atroce delitto. Ma che nella dinamica di quell’omicidio ci fosse qualcosa di anomalo, non era difficile da intuire per chiunque conoscesse i metodi repressivi del regime bielorusso nei confronti dell’informazione di opposizione. Il giornalista infatti è un mestiere pericoloso in un paese dove il servizio segreto del regime si chiama ancora KGB. Una sorte infelice era già toccata al cronista Anatol Maisenya, morto nel 1996 in un sospetto incidente stradale, e a Dzmitry Zavadki, ex cameramen personale del presidente, imprigionato per le sue rivelazioni e poi misteriosamente scomparso nel nulla nel 2000.

Nel delitto di Veronika Cherkasova la prima stranezza balzata immediatamente agli occhi di tutti era stata proprio la stessa identità della vittima: una giornalista investigativa brava e testarda che si era messa in luce firmando alcuni articoli fortemente critici nei confronti di Lukashenko, definito come un “presidente Dandy”. In particolare si era occupata del commercio illegale di armi tra la Bielorussia e l’Iraq di Saddam Hussein, che lei stessa aveva visitato nel 2002. Il fatto che nell’appartamento della vittima non mancassero né soldi né gioielli, ma soltanto le fotografie e alcuni documenti relativi a quel viaggio, aveva indirizzato le indagini della stampa indipendente verso l’ipotesi di un omicidio politico. In un articolo di Sergei Satsuk, giornalista del Belorusskaya Delovaya Gazeta, furono ad esempio messe in luce alcune importanti prove che i pubblici ministeri scelsero per molto tempo di ignorare. In primo luogo, l’arma del delitto indicata dagli investigatori, risultava sbagliata. Non un coltello da cucina, ma una lama portata dall’assassino aveva sferrato il colpo mortale alla giornalista. Solo dopo la morte della Cherkasova, il carnefice aveva infierito sul suo corpo con il coltello trovato in cucina per depistare le indagini. Probabilmente tutta opera di un killer professionista.

Parallelamente, la tesi della polizia bielorussa cercò in tutti i modi di far confessare al quindicenne Anton un omicidio mai commesso. Satsuk trovò le prove anche di questo: un’antenna GSM vicina a parco Sievastopalski aveva registrato la telefonata intercorsa tra Anton e sua madre proprio alle 9.15, trentacinque minuti prima della sua presunta morte. Tenuto conto della provata presenza del ragazzo a scuola all’inizio della lezione delle 10.05, è risultato impossibile sostenere che egli si trovasse a casa di sua madre all’ora del delitto. Oltre a ciò, nonostante l’appartamento di Veronika fosse completamente imbrattato di sangue, il vestiario del figlio risultava essere perfettamente pulito, cosa del tutto improbabile se fosse stato lui stesso a sferrare quel gran numero di fendenti.

Ma allora chi e perché aveva avuto interesse ad uccidere la giornalista del Salidarnasc? E soprattutto perché mai gli inquirenti avevano cercato in tutti i modi di pilotare l’indagine verso un improbabile omicidio familiare?

Una spiegazione plausibile potrebbe venire dal fatto che pochi mesi prima della sua morte, la Cherkasova aveva riallacciato i contatti con un dirigente di una importante banca bielorussa conosciuto in Iraq, una persona informata sulla presunta vendita illegale di armi a Saddam Hussein. La giornalista sarebbe stata così eliminata per evitare che le informazioni in suo possesso potessero danneggiare degli importanti gruppi imprenditoriali vicini al regime di Lukasheko.

Nonostante la mole di prove tralasciate dall’accusa, l’11 aprile 2006 l’indagine sull’omicidio di Veronika Cherkasova veniva definitivamente archiviata come caso irrisolto. In quella data il mondo conosceva già la triste vicenda della più nota Anna Politovskaja, ignorando per lo più le somiglianze con l’assassinio di Minsk, come un ripetersi di un copione già visto: giornalisti schierati apertamente contro un regime vengono uccisi brutalmente e le indagini per scoprire mandanti ed esecutori finiscono nel nulla. Ma come più volte ricordato dalla persone a lei vicine, ciò che distingue il caso Veronika Cherkasova è l’ostinata persecuzione senza precedenti ai membri della sua famiglia. Un messaggio di terrore inviato indirettamente a tutti i giornalisti che in Bielorussia continuano a battersi per una informazione libera e che da allora hanno dovuto temere non solo per la loro vita ma anche per la sicurezza dei propri cari.

Print

Chiavi di ricerca: , , ,

3 Commenti

  1. Bravo Massim. a farci conoscere queste storie da un mondo orrendo ai confini con l’UE

  2. Articolo estremamente interessante……
    Chissà perchè durante la lettura mi tornava in mente l’immagine di Berlusconi (che imitava Batistuta) durante una conferenza stampa insieme a Putin !

  3. “a quella che ancora oggi è definita l’ultima dittatura d’Europa”… Non lo sapevo.
    Non conoscevo così a fondo quella realtà.
    Articolo molto interessante

Lascia un commento

Nota: i commenti sono sottoposti a moderazione, la pubblicazione potrebbe essere ritardata di qualche ora