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Teatro. Cosa succede con l’avvento di Cesare Lievi a Udine

di PAOLO MEDEOSSI

Una faticaccia, ma alla fine la lunga marcia è arrivata in fondo. Certo, è più facile fare un Papa che il direttore del teatro Giovanni da Udine. Il risultato è quello delineato e previsto da tempo, almeno da un anno, al di là di dichiarazioni, audizioni, schermaglie. Che Cesare Lievi si meriti una nomina del genere non ci sono dubbi. A dirlo è la sua storia di autore, regista e protagonista della scena italiana e internazionale. A portarlo a Udine sono stati alcuni fattori indispensabili: la sua disponibilità, poi i contatti storici di collaborazione con la città friulana e in primo luogo la conoscenza del mondo tedesco (Germania, Austria e Svizzera) dove ha lavorato ad alto livello firmando regie prestigiose e avvicinando quella realtà alla nostra. È questo forse l’aspetto decisivo che ha fatto pendere il piatto della bilancia dalla sua parte in una fase in cui la cultura udinese, da quando è assessore Luigi Reitani, guarda con attenzione a quegli scenari colmando così un gap storico del Friuli che per decenni ha vissuto una situazione di vicinanza ignorando del tutto o quasi la cultura di chi sta oltre il confine. E questa visione tedesca, che viene dopo anni nei quali c’era un tambureggiare di iniziative che presentavano Udine come Porta d’Oriente, adesso arriva in ambito teatrale, con esiti tutti da verificare.

Il problema, quello che ha suscitato maggior clamore, non è comunque la nomina di Lievi, ma la defenestrazione di Michele Mirabella, personaggio popolare, direttore da appena due anni e nel mirino da uno. Una gestione dunque rapidissima come accade solo nei casi peggiori, in situazioni nettamente deficitarie. Il che, per fortuna, non accade al Giovanni da Udine. In un articolo sul Piccolo il critico Roberto Canziani affermava ieri che con Mirabella l’identità del teatro è andata via via appannandosi. Sarà anche vero, ma bisogna capire quale sia l’identità di un teatro da 1200 posti (senza ridotto in cui proporre le rappresentazioni minori) che, in una città da 100 mila abitanti, ha il compito di presentare spettacoli coinvolgenti e di qualità, ma pure di far quadrare i conti. Chi ha memoria ricorda le difficoltà dell’avvio, dal 1997, quando la giunta Cecotti dovette risolvere il problema di deficit che incassi e contributi non colmavano.

La vicenda del nuovo direttore ha lasciato come strascico una forte polemica fra il Comune e la Regione visto che l’assessore Roberto Molinaro minaccia “ritorsioni”, per come sono andate le cose, il che potrebbe riflettersi sulle somme erogate per il Giovanni da Udine. Finora la Regione è intervenuta annualmente con un milione 150 mila euro, a fronte del milione 367 mila euro del Comune e dei 217 mila della Provincia. Se cala la quota regionale, per statuto devono diminuire anche le altre due. C’è dunque il rischio di affrontare la stagione 2010/2011 con minori fondi.

Ma sono scenari futuri. Guardiamo all’oggi in attesa che Lievi illustri a tutto campo cosa vuol fare a Udine, il che probabilmente avverrà alla vigilia della data in cui assumerà l’incarico, il primo gennaio. È intanto interessante, al di là dell’impegno da regista di Lievi (di cui molto si conosce a Udine e dintorni essendo egli qui di casa), sapere qualcosa della sua precedente esperienza. Nato a Gargnano sul lago di Garda nel 1952, dal 1996 dirige il Centro teatrale bresciano, incarico entrato in fibrillazione da oltre un anno, da quando cioè nella primavera 2008 la città lombarda ha cambiato politicamente rotta ed è passata al centro-destra con sindaco Adriano Paroli, di Forza Italia. La decisione non è ancora presa, ma intanto Lievi sa che il prossimo giugno potrebbe lasciare questa attività che si svolge in due teatri, il Sociale da 700 posti e il Santa Chiara da 200.

La stagione sarà inaugurata martedì da Ifigenia di Goethe, con traduzione e regia dello stesso Lievi, replicata fino al 29 in prima nazionale. Altra prima al Santa Chiara con L’amante di Pinter. Tra i titoli del cartellone spiccano Platonov di Cechov, Romolo, il grande di Dürrenmatt, La Locandiera di Goldoni, Zio Vanja di Cechov, Il paese degli idioti di Dostoevskij, Semplicemente complicato di Thomas Bernhard, Le nuvole di Aristofane, Pensaci Giacomino di Pirandello, eccetera. Solo grande prosa in quanto a Brescia, città che è il doppio di Udine, c’è una situazione diversa dalla nostra. Per esempio esiste il Pala Brescia da 1800 posti, con altra gestione, dove quest’anno propongono Cats, Paolo Villaggio, Maurizio Crozza, Grease, Italiani si nasce e noi lo naquimo, e così via, titoli che in alcuni casi ritroviamo anche al Giovanni da Udine di quest’anno. Per la musica, la danza e la lirica c’è invece il teatro Grande.

Torniamo infine a Udine dove la parola spetta ora al pubblico degli spettatori, come sempre il giudice supremo. Nelle prime dichiarazioni Lievi ha annunciato di voler proporre ottimo teatro. Cosa che assolutamente è in grado di fare. Dovrà poi inserirsi in una realtà composita per inteargire con le altre realtà, visto che a Udine e dintorni esistono più stagioni di prosa e musica. Una bella sfida, dunque. Alle polemiche e ai dubbi non resta che rispondere con i fatti, anzi con gli effetti speciali, doverosi a questo punto dopo una nomina così sofferta e voluta.

SCELTO PER VOI DA MESSAGGERO VENETO

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