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I 25 anni della Bibbia in Marilenghe

di MICHELE MELONI TESSITORI

«Pre Checo sognava di essere il nuovo Lutero nel senso che voleva con tutte le sue forze l’affrancamento culturale del Friuli attraverso la forte identità che gli sarebbe derivata dal poter disporre delle parole della Bibbia finalmente tradotte in marilenghe. Fu un’opera colossale che senza l’apporto di un cireneo come pre Toni Bellina, pronto ad affiancare don Placereani nell’immensa fatica, non sarebbe mai giunta a compimento. Ma oggi, proprio grazie alla Bibie, questa terra ha potuto ottenere il pieno riconoscimento civile, culturale e religioso». Don Duilio Corgnali brandisce con la consueta vis dialettica l’arma della traduzione friulana della Bibbia per riaffermare, a 25 anni dalla pubblicazione, l’impegno che il clero friulano piú illuminato espresse per valorizzare la lingua della Piccola Patria e con essa l’identità territoriale nell’Europa non piú confinata nella logica degli stati. Venticinque anni dopo la Provincia di Udine celebrerà domani, alle 11, la ricorrenza, con un incontro a palazzo Belgrado presenti, oltre al presidente Pietro Fontanini, il nuovo arcivescovo Andrea Mazzucato e gli “emeriti” Pietro Brollo e Alfredo Battisti.

Gli otto volumi editi da Ribis tra il 1984 e il ’93 sono stati davvero un punto di svolta per il riconoscimento del Friuli, dal punto di vista culturale e dell’identità. Lo sostiene lo stesso don Duilio Corgnali, che seguí fin quasi dall’inizio il lavoro di don Placereani e che poi, nel ’98, presiedette la commissione che pubblicò una nuova Bibie riconosciuta ufficialmente dal Vaticano come testo liturgico.

Ma è una storia che parte da lontano, quella delle Sacre Scritture in friulano, dal 1593 «quando – ricorda don Duilio – a Francoforte fu pubblicata in marilenghe l’Oratio dominica – il Pater noster -, con cui, di fatto, si riconosceva il friulano tra le quaranta lingue europee». Tra il ’700 e l’800 si tradussero poi libri di preghiere e catechismi. E nel 1820 fu la volta dei salmi. «Si avvertiva il bisogno di tradurre – spiega don Corgnali – perché il Concilio di Trento aveva ordinato ai vescovi e ai sacerdoti di predicare nella lingua del posto, nella lingua vulgaris, e dalle nostre parti avevano preso la cosa molto sul serio». Anche nell’area goriziana, come testimonia «la relazione dell’arcivescovo Giuseppe Walland che scrivendo a Roma fece presente al Papa la sua grave difficoltà pastorale durante la visita alle parrocchie per la difficoltà a predicare “ignarus linguae forogiulinesies”, perché non conosceva il friulano. Tanto da raccomandare a Roma di mandare a Gorizia vescovi che sapessero parlare in marilenghe».

Nel 1860 a Londra l’editrice Strangeways and Walden tradusse un Vangeli «a cura del conte Pietro dal Pozzo, ma in verità fu opera dell’abate Jacopo Pirona».

Nel 1866, con il passaggio all’Italia, «il Friuli divenne un antemurale, una terra di confine come tale rischiosa, pericolosa. Il clero – ricorda don Corgnali – era infatti sospettato di essere austriacante e cosí si proibí l’uso del friulano e delle parlate slave nelle Valli del Natisone». Nella stagione del fascismo il divieto di predicare in friulano entrò anche in seminario «con il famigerato articolo cento». Anni bui che si dissolsero solo con gli anni ’70 e con la celebrazione del Concilio Vaticano II «che invitò i parroci a riscoprire e a valorizzare tutte le identità culturali».

Da allora – osserva don Corgnali – è stato un florilegio di traduzioni delle Sacre Scritture in friulano. Comincia Otmar Muzzolini, Meni Ucel con il Vangeli, poi pre Checo Placereani dà avvio all’opera monumentale: la traduzione della Bibie. È il ’79 quando con pre Toni Bellina, pre Checo firma il contratto con Ribis: tra l’84 e il ’93 produrrà una serie di fascicoli che saranno riuniti in otto volumi oggi quasi introvabili. Il suo capolavoro, la sua controriforma «nel senso buono – puntalizza don Corgnali -, perché era convinto che come Lutero tradurre le Sacre Scritture in marilenghe avrebbe rafforzato l’identità culturale del Friuli». Risultato che schiuse la strada ad altri riconoscimenti, come la legge 482 per le minoranze linguistiche e quella grande apertura di credito alla Piccola Patria dall’Italia e dall’Europa che oggi finalmente riconoscono l’apporto delle lingue minori.

 

SCELTO PER VOI DA MESSAGGERO VENETO

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1 Commento

  1. Come giustamente diceva Bellina, un popolo non avrà mai piena consapevolezza di sè fino a che non avrà la Bibbia tradotta nella sua lingua.

    Grazie per l’attenzione dedicata a questi temi.

    Poter leggere la Bibbia in friulano è tutta un’altra cosa.

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