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Afghanistan, un atroce destino. Morti nel giorno del rientro

RASSEGNA STAMPA

FONTE IL PICCOLO

VENERDÌ, 18 SETTEMBRE 2009

Pagina 4 – Attualità

di VINDICE LECIS

ROMA Mercoledì mattina aveva lasciato Napoli, la sua città per fare ritorno in Afghanistan. Il sergente maggiore Roberto Valente, 37 anni, era appena arrivato a Kabul dopo una licenza di 15 giorni trascorsa insieme alla famiglia.

Ieri mattina si trovava sul «Lince», il mezzo pesante ritenuto sicuro, che ha già salvato vite in Afghanistan. Il convoglio partito dall’aeroporto lo stava portando, insieme ad altri militari, alla base dove avrebbe ripreso il lavoro cominciato nel gennaio scorso. Valente era in forza al 187.o reggimento della Brigata paracadutisti Folgore dove comandava una squadra di fucilieri. Entrato nell’Esercito dal 1993 era considerato un uomo esperto, con un vasto curriculum.

Aveva partecipato a numerose missioni all’estero che lo avevano portato quattro volte nell’ex Jugoslavia, in Albania e in Iraq. Aveva ottenuto tra il 2000 e il 2007 quattro elogi e la Croce d’argento per l’anzianità di servizio. La missione in Afghanistan stava per terminare: la Brigata Sassari tra un mese rileverà la «Folgore» e a novembre sarebbe rientrato a Napoli, dalla moglie Stefania e dal figlioletto Simone, di due anni. Ora lei dice: «Mio marito era un paracadutista, sono orgogliosa di lui».

Anche il caporalmaggiore scelto Massimiliano Randino stava rientrando alla base dopo una licenza. Era nato a Pagani in provincia di Salerno 32 anni fa e abitava con la moglie a Sesto Fiorentino (Firenze). Era in Afghanistan dal 31 gennaio in forza al 183.o reggimento Nembo. In servizio da 10 anni, conosceva bene quella regione dove, nel corso di questi lunghi anni di guerra, era stato operativo in tre missioni. L’ultima volta che era rientrato nella sua Sardegna era stato a maggio. In quei giorni di primavera Matteo Mureddu, 26 anni caporalmaggiore del «186.o», aveva salutato i genitori e gli altri familiari che vivono a Solarussa, centro agro-pastorale in provincia di Oristano.

Pur impegnato, trovava il tempo, quasi tutti i giorni, di telefonare a casa per salutare i familiari ai quali era legatissimo. L’avrebbe fatto sicuramente anche oggi per inviare gli auguri di buon compleanno alla sorella Cinzia. Il padre di Mureddu è un allevatore che possiede un gregge di pecore. Un fratello è parà della Brigata Folgore nel reparto di stanza Pisa.

Davide Ricchiuto aveva 26 anni, era il secondo di tre figli. Da Glarus in Svizzera dove il padre Angelo era emigrato da giovane era da tempo, con tutta la famiglia, rientrato nel paese di origine, Tiggiano in provincia di Lecce. Il capofamiglia è impiegato in una ditta di costruzioni. Il primo caporalmaggiore Ricchiuto era in forza al 186.o reggimento e come autista aveva partecipato a numerose operazioni nei teatri caldi della zona assegnata agli italiani. In Afghanistan aveva partecipato a diverse missioni. «Era un uomo grande, maestoso, che amava profondamente il suo lavoro»: la cugina Antonietta ricorda così, tra le lacrime, il tenente Antonio Fortunato, 35 anni ufficiale del «186.o». Proveniva da Tramutola, paese in provincia di Potenza ma da una quindicina d’anni abitava a Monteriggioni, borgo medievale vicino a Siena.

Fra tre mesi avrebbe festeggiato 10 anni di matrimonio con Giovanna Passeri, originaria di Marsiconuovo paese della Val d’Agri non lontano da Tramutola. Avevano un figlio di sette anni. Il tenente Fortunato aveva cominciato la carriera militare 15 anni fa e aveva all’attivo numerose missioni in Medio Oriente. Il sindaco di Tramutola ha raccontato come il padre dell’ufficiale temesse per la vita del proprio figlio impegnato nelle missioni così pericolose.

Anche il primo caporalmaggiore Giandomenico Pistonami era un veterano dell’Afghanistan con quattro missioni all’attivo. Nativo di Orvieto, 26 anni, abitava a Lubriano, in provincia di Viterbo, con i genitori. Aveva già visto la morte in faccia: era sfuggito ad un altro attentato, sempre a Kabul, rifugiandosi sotto un camion. La sua amica Annamaria ora ricorda che sognava di sposarsi con la fidanzata utilizzando i soldi messi da parte in questi anni di missioni. Pistonami, aggiunge la ragazza, era consapevole dei rischi ma anche convinto che il lavoro degli italiani in Afghanistan avrebbe contribuito a riportare pace e stabilità. Il suo ruolo era quello del mitragliere. L’uomo che stava sulla torretta del mezzo blindato, il più esposto agli attacchi. Ne era consapevole ma lo considerava però «il lavoro più importante» perché con la situazione davanti agli occhi migliore degli altri poteva bloccare le auto sospette e rendersi conto dei pericoli. «Siamo orgogliosi di lui – hanno detto i genitori – ma non doveva morire così».

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