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Afghanistan, l’opinione di Del Vecchio: rivedere la strategia con gli Usa

RASSEGNA STAMPA

FONTE IL PICCOLO

VENERDÌ, 18 SETTEMBRE 2009

Pagina 4 – Attualità

 

Del Vecchio: rivedere la strategia con gli Usa

 

«Ritirarsi non è ipotizzabile, quel Paese è stato ed è base del terrorismo internazionale»

di PIER PAOLO GAROFALO

TRIESTE «Un ritiro dall’Afghanistan credo non si possa immaginare, mentre è doveroso procedere al più presto da un lato a un’accurata valutazione sui mezzi e le dotazioni di sicurezza del nostro contingente e dall’altro, sia da soli che con gli alleati, chiedere agli Stati Uniti, attore principale della missione Isaf e della lotta al terrorismo, una verifica sull’effettiva implementazione e sui relativi tempi della nuova strategia per il Paese, promulgata da Barack Obama e fatta propria a Trieste, su proposta del ministro Frattini, dal gruppo G8».

Il generale in ausiliaria Mauro Del Vecchio, senatore del Partito democratico, conosce bene il teatro operativo asiatico, essendoci stato sia come comandante di Isaf, la missione a guida Nato di sicurezza e assistenza al governo di Kabul, sia come comandante del Coi, il Comando operativo di vertice interforze, la struttura che gestisce tutte le missioni italiane all’estero.

Senatore, quale la prima impressione alla notizia?

È un giorno di grande dolore per tutti gli italiani. per questo attentato vile che ci pone vicini alle famiglie dei Caduti e dei feriti. Particolarmente vicini perché quella che stanno svolgendo i nostri militari è un’operazione di pace in un Paese in bilico tra democratizzazione e caos. E vogliano esprimere anche solidarietà ai nostri comandanti: spesso si dimentica come tragedie come questa odierna segnano profondamente chi ha la resposnabilità, prima ancora che gerarchica, professionale e umana dei propri uomini.

Un attentato in pieno centro a Kabul: segno di deterioramento?

È un elemento che induce a ritenere che la situazione sia molto grave, anche se Kabul non era esente da attentati, fortunatamente mai così sanguinosi per le forze della Coalizione.

Qualcuno rievoca il tema delle regole d’ingaggio: che ne pensa?

Quelle regole poco c’entrano con i fatti di oggi: oltretutto sono cambiate e ora sono più aderenti alla realtà sul terreno. Invece è necessario sottolineare che attentati come questo non sono facili da prevedere, anche considerando l’aumentata capacità operativa e logistica dei talebani. Ma è evidente che la nostra attività deve proseguire, altrimenti non avrebbe senso l’intera missione.

Quindi è necessario rivedere la dotazione di mezzi e protezioni del contingente?

Bisogna migliorare la sicurezza dei veicoli e quindi degli equipaggi. Il blindato «Lince» ha già salvato vite umane in Afghanistan ed è apprezzato anche da altri contingenti presenti nell’area. Tuttavia bisogna adeguarsi alle aumentate capacità operative degli insorgenti. Anzitutto dando più protezione al militare che si trova nella torretta del mezzo. In merito sono già state proposte soluzioni. Poi verificando se esiste la possibilità di potenziare ulteriormente la blindatura. Questo in attesa del «Freccia», un blindato ancora più pesante e di dimensioni superiori, che rappresenta sicuramente un’evoluzione dal punto di vista della sicurezza anche se l’ingombro potrebbe penalizzarlo in certe situazioni tattiche.

Dato il dissenso sulla missione da parte di alcune forze politiche, potrebbero esserci difficoltà a finanziare questi miglioramenti?

Il governo ha già deciso in merito, almeno in parte. E non credo che nessuno avrà da obiettare sul potenziamento della sicurezza dei nostri soldati.

Questo attentato, più dei precedenti, scatenerà il dibattito sulla nostra partecipazione a Isaf: quale il suo giudizio?

Il problema dell’exit strategy si porrà. Ora è il momento del dolore e della vicinanza a famiglie e commilitoni.

Quali passi è opportuno prendere fintanto che prenderemo parte alla missione?

È urgente e opportuno che l’Italia, sia da sola che con i suoi alleati, proceda specie nei confronti di Washington a una puntuale verifica della stategia globale di Isaf e sulle ”correzioni di rotta” da adottare. Obama mesi fa aveva enunciato un piano a 360 gradi per stabilizzare e democratizzare il Paese togliendo forza e terreno ai talebani. Occorre capire se è iniziata la sua implementazione e se magari sono necessari cambiamenti.

L’Italia deve restare in Afghanistan?

Questa operazione, come ho già affermato nei mesi scorsi, è stata avviata dall’Onu, il massimo organismo preposto alla pace internazionale e ha per scopo oltre alla pacificazione di quel Paese l’erosione di un terreno che ha fatto e funge da base al terrorismo internazionale. Impossibile abbandonare Kabul.

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