SFUEI DAL FRIÛL LIBAR

IL GIORNALE DEL FRIULI LIBERO
inBOX - le vostre storie
inBOX - le vostre storie   | Youtube | Facebook | RSS Feed |

Violenza antica. IL PATRIARCA GIUSTIZIERE (di Renzo Guolo)

RASSEGNA STAMPA

FONTE MESSAGGERO VENETO

GIOVEDÌ, 17 SETTEMBRE 2009

Pagina 1 – Prima Pagina

 

IL PATRIARCA-GIUSTIZIERE

 

VIOLENZA ANTICA

 

di RENZO GUOLO

L’assassinio di Sanaa Dafani rimanda fatalmente all’analoga sorte toccata a Hina, la ragazza pachistana uccisa tre anni fa dal padre con l’aiuto di altri familiari per lavare “l’onta” che con la sua condotta, uno stile di vita occidentale e una relazione con un giovane italiano, gettava sulla famiglia. Anche la giovane marocchina Sanaa aveva violato il namus, l’onore familiare, mettendo in discussione l’autorità del padre, contrario a una convivenza, per di più con un italiano, uomo di diversa religione. Violazioni pagate con una morte sacrificale, mirata, illusoriamente, a ripristinare quello stesso onore davanti alla rete parentale e alla comunità cui i “padri giustizieri” appartengono.

 

Facile prevedere che questo efferato delitto, come del resto le troppe violenze contro le giovani donne musulmane picchiate o richiuse perché non indossano il velo o si abbigliano “lascivamente”, rilancerà le consuete argomentazioni dei teorici dello scontro di civiltà a livello locale sull’impossibile convivenza tra musulmani e italiani. In realtà l’esercizio della “violenza riparatrice” rivela crepe molto grandi all’interno di una cultura ritenuta fortemente coesa. La rivolta delle figlie, che scardina l’ordine tradizionale a partire dal vissuto quotidiano e dalla famiglia, esprime la richiesta di libertà e di autodeterminazione di giovani donne che si ritengono comunque musulmane; che portino o meno il velo, che rientrino o meno all’orario stabilito. A dimostrazione che, più che di islam, si dovrebbe parlare di musulmani, con i loro diversi modi di vivere la fede e i loro comportamenti concreti. Tra questi vi sono osservanti e fondamentalisti, ma anche aderenti a una religione vissuta essenzialmente come cultura o secolarizzati. È questo pluralismo interno che quelle ragazze alimentano, nel doppio ruolo di credenti non dogmatiche e di donne che vogliono decidere della propria vita, accentuato dalla nuova soggettività femminile vissuta in Occidente.

La violenza sulle donne, su Sanaa, Hina e le altre, quelle che non conosciamo e che non denunciano i maltrattamenti, mostra che la presa del corpo sociale maschile sui corpi femminili segna il passo. È questa sensazione di impotenza che si manifesta in quei brutali colpi di lama. Sul corpo delle giovani donne musulmane è, infatti, in corso una battaglia che ha come posta due esiti diversi: il ripristino del controllo maschile, legato a una tradizione che si nutre di elementi culturali prima ancora che religiosi ed è ostile a stili di vita che, per i rigoristi, trasformerebbe la seduzione in sedizione, la libertà femminile in minaccia a un ordine ritenuto immutabile; oppure il suo progressivo sgretolamento e sostituzione, nel corso del tempo, con una dialettica che accetta o subisce la libera scelta delle donne senza ricorrere alla violenza restauratrice.

I casi di Sanaa e Hina devono indurre, dunque, più che a irrealistiche chiusure verso i musulmani, che proprio nelle loro nicchie etniche e religiose rafforzate da riflessi identitari e da meccanismi di esclusione culturale, possono coltivare senza problemi la loro separatezza e le loro coercitive visioni della donna, a un’azione politica e sociale che spezzi la claustrofobia comunitaria; che li metta sempre più in relazione con gli italiani. Non solo nel lavoro: i padri delle due ragazze erano perfettamente integrati su quel piano, era l’integrazione culturale a mancare. Solo nella continua interazione sociale, nella scolarizzazione e nell’integrazione delle seconde generazioni sarà possibile attenuare il pesante maglio della violenza patriarcale.

Print

Chiavi di ricerca: , , , ,

Lascia un commento

Nota: i commenti sono sottoposti a moderazione, la pubblicazione potrebbe essere ritardata di qualche ora