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E stasera suona a Trieste il leggendario Carlos Santana

(riportiamo da Il Piccolo)

di RICKY RUSSO

TRIESTE Stasera, alle 21.30, in Piazza dell’Unità (ingresso con biglietto; gratis per i 100 lettori che hanno partecipato al concorso on-line del ”Piccolo”), va in scena l’evento più atteso dell’estate triestina: il concerto di Carlos Santana, vera leggenda della chitarra, da oltre 40 anni. L’artista messicano, trasferitosi negli Stati Uniti durante l’adolescenza, ha venduto più di 80 milioni di dischi, è considerato uno dei personaggi più influenti della musica moderna, e soprattutto pioniere e maestro della fusione tra linguaggio rock e suoni latini, jazz, blues e soul.

Lo spettacolo proposto a «Trieste Loves Jazz», «Supernatural – A Trip Through The Hits», è incentrato sulle sue canzoni più famose, dai classici sempre verdi («Soul Sacrifice» dell’era Woodstock, «Samba Pa ti», «Oye Come Va» di Tito Puente, «Jingo») ai successi pop più recenti («Maria Maria», «Smooth» e «Corazon Espinado»).

Abbiamo chiesto un commento su Santana – che il 20 luglio festeggia 62 anni – ad alcuni protagonisti della scena musicale triestina.

Gabriele Centis della Scuola di Musica 55: «Non c’è dubbio, Santana è un pezzo di Storia della Musica. Per me, giovane batterista alle prime armi negli anni ‘70, Mike Shrieve, primo batterista della band di Santana, che al concerto di Woodstock aveva 16 anni (indimenticabile il suo assolo su “Soul Sacrifice”), era un punto di riferimento e un mito. Oltre al merito e all’intuizione di mescolare i ritmi latini con il rock, Santana è riuscito a creare un suono di chitarra che lo rende unico, talmente personale e significativo da modificare la concezione e la tecnica stessa dello strumento. Il timbro inconfondibile e il controllo delle risonanze delle corde, per ottenere note lunghissime, sono le caratteristiche del Suono che utilizza nella costruzione di linee melodiche sempre cantabili e ricche di feeling».

Il bluesman Mike Sponza: «Dai sobborghi hippie di San Francisco, mescolando il barrio con i juke joints, Carlos Santana, dopo 40 anni, è ancora uno dei massimi simboli di tante cose: del meltin’ pot, della musica come strumento di affrancamento, della spiritualità del rock’n'roll, di come vivere una carriera artistica sempre al vertice. La sua chitarra ha attraversato le decadi restando fedele sempre allo stesso inconfondibile suono, liquido, bluesy, elegante ma indiscutibilmente distorto. Soprattutto personale, con le sue terzine, gli unisono tiratissimi, le ottave impossibili».

Roberto De Micheli, chitarrista dei Sinestesia: «Siamo di fronte a uno di quegli artisti che tutti sono in grado di riconoscere, artisticamente ha scritto pagine che hanno modellato la musica moderna. Lo apprezzo di più come creatore che non come chitarrista in senso stretto».

Il dj/chitarrista funk Massimo Arban: «Santana è un’autentica leggenda, non solo per la sua carriera, ma soprattutto per il suo modo di “tirare le corde”, che ha influenzato orde di chitarristi. Senza dimenticare l’importanza che ha avuto nella fusione delle ritmiche latino-americane con le lunghe sessioni psichedeliche».

Il virtuoso della chitarra metal Arthur Falcone: «Concerto da non perdere! Da Woodstock ad oggi, Santana ha influenzato intere generazioni».

Maurizio Vercon, altro fuoriclasse della sei corde: «Per me è un caposcuola. Mi ha influenzato il suo modo di comporre: anche se i suoi brani sono incentrati sulla chitarra, riesce sempre a dare grande respiro alle sue composizioni, facendo “cantare” il suo strumento e non esibendo soli virtuosi».

Maurice Andiloro (tecnico del suono/musicista): «Amo il Santana della fine degli anni ‘60 e dell’inizio ’70, pur riconoscendo la classe maturata nella pubblicazione di “Supernatural”. Tecnicamente? Un Mostro! Uno degli inventori del crossover».

Michele Rizzi, voce e chitarra dei Notturna: «A me non piace, apprezzo la sua storia ed il suo senso del ritmo, ciò che in passato mi ha insegnato, ma non è il mio artista di riferimento, non ha avuto nessuna evoluzione».

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