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«Non uccise sua moglie», cancellato l’ergastolo a Fabrizio Gianesello

Elisabetta Marion volò dalla finestra: annullata la condanna a Fabrizio Gianesello

di CLAUDIO ERNÈ

Fabrizio Gianesello non ha ucciso la moglie Elisabetta Marion. Il 22 agosto 1999 non l’ha gettata dalla finestra della loro abitazione di via Ercole Miani 3, nel rione di Valmaura. Lo hanno detto ieri i giudici della Corte d’assise d’appello che hanno cancellato la condanna all’ergastolo che i magistrato di primo grado inflissero all’ex salumiere. Era l’11 gennaio 2008. Nella sentenza, letta ieri al termine di un’ora e mezza di camera di consiglio, il presidente Filippo Gulotta ha anche disposto «l’immediata scarcerazione di Fabrizio Gianesello, se non detenuto per altra causa».

A TOLMEZZO L’ex salumiere da un anno e mezzo è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, tra mafiosi e detenuti ai quali è applicata la severa disciplina prevista dall’articolo 41-bis, quello inasprito due giorni fa nell’intento di combattere leader e gregari di organizzazioni criminali. L’esito favorevole del processo d’appello è stato comunicato a Gianesello nella cella sulla cui porta era idealmente inserito fino a ieri pomeriggio il cartellino con la scritta «fine pena mai».

LE RAPINE L’ex salumiere comunque non uscirà dal carcere a breve scadenza. Sta finendo di scontare la condanna a sette anni e mezzo inflittagli per le sette rapine a supermercati e istituti bancari messe a segno in solitario nel 2005. L’ultimo colpo porta la data del 14 ottobre di quell’anno, quando l’ex salumiere era stato bloccato in via Baiamonti all’uscita dell’Agenzia dell’Unicredit dove aveva messo a segno una rapina. Non era stato difficile bloccarlo perché il giorno prima aveva annunciato per telefono al direttore della banca che avrebbe tentato il colpo. La squadra mobile era stata informata e gli investigatori avevano costruito attorno alla sede della banca una sorta di ”nassa”. Avevano lasciato entrare il rapinatore ma all’uscita lo avevano bloccato con la pistola in mano. «Volevo farmi uccidere», aveva affermato l’arrestato durante l’interrogatorio.

LA PERSONALITÀ Questo antico dettaglio sottolinea in modo efficace la personalità di Gianesello e spiega anche perché sia entrato a far parte – ma solo provvisoriamente – della ristretta cerchia degli ergastolani. Ora invece potrà entrare a pieno diritto in quella ancora più esclusiva e numericamente esigua dei condannati alla massima pena, risultati poi innocenti e dunque rimessi in libertà.

LA PERIZIA Per la sua assoluzione è stata determinante la perizia disposta dal presidente Filippo Gulotta sulle modalità con cui Elisabetta Marion era precipitata da 18 metri d’altezza finendo sull’asfalto di via Ercole Miani. In primo grado la Corte d’assise presieduta da Alberto Da Rin aveva detto no a questa richiesta di prova avanzata dal difensore. Ma l’avvocato Guido Fabbretti nei ponderosi motivi di appello contro la condanna all’ergastolo l’aveva riproposta, inserendola all’apice della lista delle istanze difensive. Poi le strade di Fabrizio Gianesello e dell’avvocato Fabbretti si erano separate e la difesa dell’ergastolano era stata assunta dall’avvocato Maria Rosa Conte di Tolmezzo.

LE CONFIDENZE La perizia effettuata dal colonnello Luciano Garafano, comandante dei Ris di Parma e dall’ingegner Roberto Testi, ha detto senza alcuna ambiguità che le modalità della caduta, e quanto aveva riferito agli inquirenti un compagno di cella di Fabrizio Gianesello, erano solo in minima parte compatibili. Gianni Kufersin aveva affermato di aver raccolto le «confidenze» di Fabrizio Gianesello che dopo aver visto alla tivù il provino del film «Il delitto perfetto» aveva voluto metterlo al corrente: «Io ho buttato mia moglie dalla finestra afferrandola per le caviglie. Nessuno mi ha mai scoperto. La sua morte era stata archiviata dalla Procura come suicidio».

NUOVE INDAGINI Kufersin, appena liberato, si era presentato in Questura, alla squadra mobile e aveva parlato. Il rapporto era finito sul tavolo dell’allora pm Maurizio De Marco che aveva riaperto il caso indagando Fabrizio Gianesello come responsabile dell’omicidio volontario pluriaggravato della moglie.

LA CONFERMA Il Tribunale del riesame, l’incidente probatorio, l’udienza del gip per il rinvio a giudizio e la sentenza di primo grado avevano confermato la congruità di questa tesi. Assassino e per di più con premeditazione. Va aggiunto che l’ex salumiere, di fronte ai giudici ma anche in carcere, ha agito in modo da accreditare indirettamente la propria colpevolezza. Ha prima cercato la «facile» testimonianza di un detenuto di Tolmezzo, che in aula di fronte alla Corte d’assise, nel gennaio del 2008 si era però pesantemente contraddetto. In pratica la strampalata iniziativa dell’imputato aveva avuto il risultato di accreditarne la colpevolezza. «Hha cercato di depistare l’inchiesta sollecitando una falsa testimonianza» era stata la tesi dell’accusa.

I SOLDI PROMESSI Ancora peggio ha fatto nell’attesa del processo di appello. All’insaputa dell’avvocato Guido Fabretti ha promesso 15 mila euro a un barista perché accreditasse la tesi del suicidio della moglie. Poi, in una seconda lettera, lo ha minacciato. Tutto è finito nel calderone dell’inchiesta e Gianesello per le minacce al barista congiunte al tentativo di depistaggio è stato condannato a un anno di carcere. Sembrava finita lì, con la conferma anche in appello della condanna a vita, come del resto ha chiesto in aula il procuratore generale Giuliano Cremese.

LE CONTRADDIZIONI Invece l’avvocato Maria Rosa Conte ha valorizzato sia l’esito favorevole all’imputato della perizia sulla caduta della moglie, sia le contraddizioni e le ”sbavature” nel racconto di Gianni Kufersin. Infine il difensore ha spiegato che i maldestri tentativi di depistaggio attuati da Fabrizio Gianesello erano stati dettati dalla paura e soprattutto dalla percezione che la macchina della giustizia stava per stritolarlo. Ecco perché nel processo d’appello l’imputato non si è fatto mai vedere in aula.

(rs pi)

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