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Lippi: ora comincia la ricostruzione dell’Italia

«In Sudafrica c’era già mezza squadra diversa. Non si può pensare che i giovani risolvano tutto»

 

«Questo è il momento più difficile della mia gestione azzurra»

 

CONFEDERATIONS

 

Dopo la batosta con il Brasile e l’esclusione il ct analizza il fallimento della Nazionale

 

«Credo che 10 o 11 giocatori del 2006 possano essere ancora importanti in prospettiva Mondiale»

 

IRENE. L’ora di cambiare. Per giorni e giorni la formula non è piaciuta a Marcello Lippi, nè la pronuncia esplicita il commissario tecnico deluso e sincero che il giorno dopo i tre «schiaffi presi dal Brasile» analizza il fallimento in Sudafrica, a un anno dal Mondiale. Ma tant’è, a saper leggere la disamina del ct: la sua nazionale correrà ai ripari. «È il momento più brutto della mia gestione azzurra – ammette Lippi – E abbiamo perso la fiducia in noi stessi». Se l’Italia del tifo è arrabbiata e delusa, e comincia a dubitare oltre che degli eroi di Berlino anche del «cuore tenero» del suo ct, come dice La Russa, l’Italia di Lippi esce con le ossa rotte da questo torneo premondiale e con la necessità di trovare nuove strade. A voler leggere tra le righe e non solo, il discorso del ct è un riconoscimento di alcuni errori e insieme l’amara constatazione dei limiti del calcio italiano, impoverito e ridimensionato.

Il risultato, a dispetto della conferma del progetto, è una forte accelerazione del processo di «ricostruzione» azzurra. «Se le cose vanno male, si pone rimedio: non capisco l’accanimento verso i veterani, ma io non avevo mai detto che questi sono i giocatori per il 2010 e questi restano. Non ho gli occhi foderati di prosciutto – il messaggio del ct – Ora mi sono schiarito le idee: e non solo sui veterani, anche sui nuovi».

La chiama «ricostruzione», Lippi, già dalla prima risposta fiume: dodici minuti e otto secondi di monologo per replicare a una semplice domanda su eventuali rimorsi per la delusione in Confederations. «Sono abituato a ripensare sempre le mie scelte – l’esordio del commissario tecnico – Quando sono tornato, dopo due anni di un’altra gestione, ho intrapreso una ricostruzione. Non è puntiglio o dispetto, ma fermissima convinzione: 10 o 11 giocatori del 2006 possono essere importanti per il 2010. Senza dimenticare che c’è una qualificazione da ottenere». In Sudafrica, puntualizza Lippi, c’era già mezza squadra diversa dal Mondiale passato; se avesse giocato la sperimentale di Pisa «e avessimo perso, la critica e la delusione sarebbe state identiche»; i giovani promettenti dell’Under 21 non si potevano togliere alla finale dell’Europeo, «dopo che si erano fatti il mazzo» l’aggiunta esplicita. E Rossi ha giocato le sue tre partite, così come avrebbe fatto Santon col Brasile senza guai fisici. In ogni caso, «non si può pensare che i giovani risolvano tutto: guardate cosa fa il grande Ferguson nel Manchester: li inserisce e li toglie, e gioca sempre uno come Scholes». Il risultato, però, è «un’Italia non competitiva: perchè per le nostre caratteristiche, se non siamo al top dal punto di vista fisico e psicologico, il gap dagli altri non si colma».

Il problema è di caratura tecnica. «De Rossi dice che non rinasceremo mai brasiliani ma bisogna crescere tanto col pallone tra i piedi? Ecco, appunto. Non dimenticate che anche nel 2006 il Brasile era la squadra più forte del mondo – ricorda Lippi – poi per motivi che non conosciamo arrivò non al top, uscì agli ottavi, e vinse un’altra squadra: che per un’alchimia di situazioni si trovò al massimo della forma». Le alchimie sono per definizione impossibili da replicare, affiorano solo i problemi.

La conclusione è sui pronostici. «Tra noi e il Brasile, domenica, c’era un divario enorme. Loro volano altissimi, noi bassi. Ma ricordate – la conclusione – cosa fece nella Confederations 2005 la Selecao: sfracelli, battè l’Argentina 4-1. Dalle Filippine all’Alaska, tutti la davano favorita nel 2006, e uscì. Io preferisco fare il percorso contrario».

(rs mv)

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