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Finmek, Carlo Fulchir ritorna in cella

(rs mv)Dall’impero commerciale al rovescio milionario del colosso dell’elettronica

Fulchir arrestato: deve scontare 5 mesi

L’imprenditore di Buja è stato portato dai carabinieri nel carcere di Tolmezzo

LA VICENDA

IL CRAC FINMEK

La pena residua dopo il patteggiamento a 4 anni e 9 mesi per bancarotta e truffa Il difensore Luca Ponti: avevamo chiesto l’affidamento, ricorreremo in Cassazione

Torna in carcere l’imprenditore friulano Carlo Fulchir, il fondatore della Finmek che due anni fa era stato arrestato per il crac da un miliardo di euro del gruppo industriale. I carabinieri di Buja, paese dove risiede, lo hanno arrestato ieri dando esecuzione all’ordine di carcerazione emesso di recente dal tribunale di Padova per un residuo pena di 5 mesi e 24 giorni. Fulchir, 46 anni, ora si trova nel istituto di pena di Tolmezzo. Di fronte al tribunale di Padova, nel dicembre 2007, aveva patteggiato la pena di 4 anni e nove mesi di reclusione per diversi reati: bancarotta fraudolenta, truffa aggravata, malversazione ed appropriazione indebita.
Mentre in altri processi avviati nei suoi confronti – per reati analoghi – in Campania era stato assolto. Alla pena di 4 anni e nove mesi sono poi stati sottratti tre anni in base alla legge sull’indulto. Un altro anno è stato calcolato come “presofferto” in quando l’imprenditore dopo l’arresto era rimasto circa un mese in cella e poi per undici mesi ai domiciliari. C’è poi l’ulteriore “abbuono” di 90 giorni, 45 per ogni semestre trascorso in prigione o ai domiciliari. Si è arrivati così alla pena residua di 5 mesi e 24 giorni.
Un periodo che Fulchir, secondo il suo avvocato Luca Ponti del foro di Udine, avrebbe potuto scontare con l’affidamento in prova (istituto che prevede attività di volontariato di giorno e il rientro a casa di notte). In tal senso il legale aveva presentato una richiesta al tribunale di Sorveglianza. I giudici, però, qualche giorno fa, hanno respinto in parte l’istanza, concedendo la semilibertà (attività di volontariato di giorno e il rientro in carcere a partire dalle 22). «Contro tale pronunciamento – ha anticipato il legale – ricorrerò in Cassazione, in quanto nelle motivazioni il tribunale di Sorveglianza sembra mettere in discussione la congruità della pena. Parla infatti di “indulgente giudizio di patteggiamento” e di “plurimi benefici già goduti”. Ma il patteggiamento al quale siamo giunti si spiega anche con il fatto che il mio assistito aveva restituito i soldi prima della dichiarazione di insolvenza. Molti fatti, a mio modo di vedere, non andavano letti come “bancarotta”, bensì eventualmente come “appropriazione indebita”. A dimostrarlo ci sono pure le diverse assoluzioni che abbiamo incassato in giro per l’Italia».
Il colosso dell’elettronica Finmek era stato ammesso alla procedura di amministrazione straordinaria il 25 maggio 2004. Poi era entrata in gioco la procura di Padova, supportata dal nucleo di polizia tributaria della Gdf. E così si era scoperto il vorticoso processo di acquisizioni e cessioni di società da parte del gruppo Finmek «finalizzato a distrarre cospicue risorse finanziarie da società operative sul mercato – di regola destinatarie di sovvenzioni e finanziamenti erogati da enti pubblici o società capofila – e a dirottare tali risorse verso società estere» come spiegavano all’epoca i giudici nell’ordinanza di custodia cautelare. In sintesi, il crac del gruppo Finmek aveva causato una voragine da quasi un milione di euro, aveva lasciato seimila dipendenti senza lavoro e un esercito di undicimila creditori. Il modus operandi era sempre uguale: Finmek comprava il pacchetto di maggioranza o la totalità delle quote-azioni, svuotava le società cedendo uno o più rami d’azienda e le metteva in liquidazione o avviava la procedura fallimentare. Chi sono i partner? Il gruppo Olivetti, Ericsson, Bull, Siemens, Generali, Abb, Italtel e Fiat. Se la società era sana, Finmek si assicurava linee di finanziamento da parte della venditrice e ne beneficiava; se era in difficoltà, Finmek usufruiva di un contributo a fondo perduto da parte dello Stato o di un altro ente pubblico da investire per la ristrutturazione aziendale. E’ a questo punto che, secondo le accuse, intascava i soldi, spogliava ulteriormente la dotazione economica della società ceduta e poi se ne sbarazzava, lasciando i lavoratori a casa. Un gioco che ha fatto totalizzare al gruppo Finmek un’esposizione di 906 milioni di euro.

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