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NAZARETH. Il papa prega tenendo per mano il rabbino e l’imam

NAZARETH. Occhi puntati sul colloquio Ratzinger-Nethanyahu, dopo la richiesta di soluzioni giuste per i palestinesi che il papa ha rilanciato da Betlemme. Ma le parole più forti, almeno in pubblico, Benedetto XVI le ha dette ieri non ai leader politici, ma ai credenti: cristiani e musulmani respingano «il potere distruttivo dell’odio e del pregiudizio» e trovino «modi per una pacifica convivenza». E i cristiani vogliono allearsi con ebrei, musulmani e con tutti i credenti per «salvaguardare i bambini dal fanatismo e dalla violenza». Il gesto più simbolico poi lo ha fatto invocando «Salam, Shalom» con le mani giunte a imam e ai rabbini. A Nazareth, la più grande città araba in Israele, dove sembrano attenuarsi le tensioni tra cristiani e islamici cominciate nel ‘99 per il progetto – accantonato nel 2001 – di costruire una moschea accanto alla basilica dell’Annunciazione, Benedetto XVI ha celebrato la più grande messa di questa viaggio in Terrasanta.
La folla lo ha festeggiato con calore, giro in papamobile nella spianata del monte del Precipizio, preghiere e canti in arabo, latino, inglese e l’omelia tradotta in pubblico e in simultanea parte in arabo e – questa sembra una prima volta – parte in ebraico. Ai «cristiani di lingua ebraica» il pontefice ha rivolto anche un saluto particolare nei vespri serali: «sono per noi – ha ricordato – un richiamo alle radici ebraiche della nostra fede».
Ma la forza che il papa attribuisce alle possibilità di pace delle religioni coalizzate si è vista soprattutto nell’incontro con i capi religiosi della Galilea: Benedetto XVI si è levato in piedi e, dando la mano al rabbino David Rosen e al capo dei drusi della Galilea, ha pregato con loro – e con gli altri leader disposti in cerchio – mentre un rabbino al centro della sala intonava «Salam, Shalom».
I capi religiosi hanno pregato insieme e evidentemente, papa compreso, hanno messo da parte qualsiasi timore di cadere in una forma di sincretismo, da evitare.
Un gesto che evoca l’incontro interreligioso di Assisi ‘86 con Wojtyla, fatto da un papa considerato più efficace nelle parole che nei gesti. Un gesto, quello di prendersi per mano, «non previsto» secondo il portavoce, e davvero «una bella improvvisata».
Netanyahu dunque ha scelto Nazareth, e la sede del convento di francescani, per il colloquio con Benedetto XVI, provocando qualche scontento tra i cattolici. Questi hanno paventato un tentativo di «accaparrarsi» la presenza del papa in Terrasanta, nel giorno dedicato ai cattolici dei diversi riti, al piccolo gregge quasi in estinzione che nuovamente il papa, nei vespri, ha sollecitato a «rimanere in questa terra».
Quindici minuti di colloquio nel quale Ratzinger e Netanyhau si sono confrontati sul «modo per far progredire il progresso di pace», mentre le due delegazioni, parlandosi per venti minuti, hanno affrontato i nodi concreti del mai firmato accordo economico e finanziario Santa Sede- Israele, parlando tra l’altro del problema dei visti per i religiosi cattolici in Israele.
Per il custode di Terrasanta Pierbattista Pizzaballa, non poteva essere un incontro di pura cortesia, ma anche «operativo»: non ci si può aspettare una «risposta definitiva ma almeno una spinta a trovare una soluzione». La chiesa di Terrasanta è convinta, e lo ha spiegato al papa, che se non si metterà fine alla frustrazione di tanti palestinesi, la polveriera mediorientale potrebbe esplodere.

(rassegna stampa Messaggero Veneto)

 

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